"Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso della navicella dell'ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci"
sabato 11 giugno 2011
Due o tre cose che so di lei
Io questa forza l’ho ritrovata negli scatti di Francesca Woodman, in una piccola mostra vista recentemente a Roma. E’ un universo enigmatico quello di Francesca, perché enigmatica è la ricerca adolescenziale e giovanile di un volto da mostrare al mondo e soprattutto a sè stessi. Nei suoi scatti è spesso presente il suo corpo, raramente il suo viso. Un corpo sensuale, simbolico, pronto a farsi significante e metafora di una “realtà altra”, ma quasi mai riconoscibile. La realtà sognata dalla Woodman è del tutto priva di denotazione. Sono strati di luce pronti a stratificarsi, a farsi rivelazione, epifania di traiettorie interiori e possibilità. Scatti che mostrano una fiducia sincera nei confronti dell’immagine, proprio nel periodo in cui il loro processo di significazione entra definitivamente in crisi. Ogni fotografia è un tentativo, per dirla con le parole di Montale, di rintracciare “Il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”. C’è qualcosa di terribilmente giovane e grandioso in questo. Una vulnerabilità che diventa apertura, e che abbatte ogni filtro tra l’artista e il mondo. Uno iato sottile tra consapevolezza e inconsapevolezza, interiorità e esteriorità.
Da questo iato proviene la luce che dà forma al suo universo, da qui, la sua inquieta grandezza.
Qui trovate un mio articolo sulla mostra. Qui la fotogalleria.
lunedì 30 maggio 2011
Il muro e le mani
mercoledì 25 maggio 2011
L.
one of the poems
that drove me into poetry
I can't remember one line
or where to look
The same thing
happened with money
girls and late evenings of talk
Where are the poems
that led me away
from everything I loved
to stand here
naked with the thought of finding thee
Vorrei leggere
una di quelle poesie
che mi fecero diventare poeta
Ma non ne ricordo un solo verso
nè so dove cercare
Stessa cosa col denaro
le ragazze e le lunghe serate
di conversazioni
Ma dove finite le poesie
che mi hanno allontanato
da tutto ciò che amavo
depositandomi qui
nudo con l'ossessione di cercarti
(Leonard Cohen "L'energia degli schiavi")
lunedì 23 maggio 2011
Distanza
lunedì 25 aprile 2011
Buon 25 aprile a tutti
di Claudio Magris
Non è stato solo il Terzo Reich a proclamarsi e a credersi destinato a durare mille anni, anche se è durato solo dodici, meno del mio scaldabagno. Ogni potere, soprattutto ma non solo quello totalitario, ogni civiltà, ogni sistema di valori e di costumi si vogliono e si ritengono definitivi; siamo inclini a scambiare il presente, l’assetto delle cose che ci circondano, per l’eterno, qualcosa che non può cambiare. In questo senso, siamo quasi tutti ciechi conservatori, incapaci di credere che il nostro mondo— la politica, le gerarchie sociali, gli usi, le regole — possa mutare. Se nell’ottobre del 1989 qualcuno ci avesse detto che il muro di Berlino sarebbe presto caduto, lo avremmo preso per un ingenuo sognatore. Forse chi ha il senso religioso dell’eterno è più protetto dalla supina adorazione idolatrica di quel momento di tempo in cui vive e delle momentanee ed effimere forze che in quel momento appaiono vittoriose e insostituibili. Le cose invece cambiano, i muri cadono, ma l’idolatria del momento, che impone di essere «al passo dei tempi» , permane, profondamente radicata nel cuore e nella mente. Caduto il muro di Berlino che pareva eterno e con esso tutto il sistema comunista, uno studioso si è affannato a enunciare, con una celebre frase poco intelligente, che «la storia è finita» e dunque che il mondo sorto dal crollo del comunismo era quello definitivo, destinato a durare — con il suo meccanismo politico, le sue strutture economiche, il suo stile di vita — per sempre.
Semmai è vero il contrario; quel muro congelava o cercava di congelare la storia, che invece oggi è vertiginosamente instabile, imprevedibile e mutevole. Sono soprattutto le dittature — quelle «molli» che soggiogano con strumenti economici, mediatici e culturali, e ancor più quelle «dure» che s’impongono direttamente con la forza bruta — che si presentano come l’unico sistema, l’unica realtà possibile. Le dittature invece cadono e il 25 aprile ricorda la caduta di quella fascista in Italia. C’è poco da aggiungere a quanto è stato detto tante volte sull’antifascismo e sulla Resistenza, sull’imperituro significato di quest’ultima quale liberazione nazionale, sulle sue contraddizioni, sulle sue diverse e contrastanti anime, sui suoi eroismi e sui misfatti compiuti in suo nome.
Il 25 aprile simboleggia vent’anni di un’altra Italia, differente da quella del regime fascista; una resistenza che non è solo quella partigiana, ma anche quella di coloro che non si sono piegati quando un’altra Italia sembrava impossibile; di coloro che si sono opposti nettamente e clamorosamente, nella lotta clandestina, ma anche di chi, più modestamente, ha cercato di salvare il salvabile di dignità e ragionevolezza, senza eroismi ma con la capacità di non lasciarsi abbagliare dall’ «aria del tempo» , di respingere la tentazione di «marciare con la Storia» , di preservare quell’intelligenza critica che non si lascia sedurre dai belati del gregge, neanche quando sembrano ruggiti di leoni. Ogni resistenza ha una componente pasquale, di resurrezione; è un risorgere dalla morte, da quella falsa vita che si spaccia per immutabile e definitiva ossia finita e dunque morta. Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante.
L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo. Non è il caso di fare inchini al mondo così com’è e come esso pretende, anche perché, se proprio si è costretti a farlo, ci si può inchinare come Bertoldo, che si piegava davanti ai potenti, ma voltandosi dall’altra parte.
("25 Aprile: un antidoto all'indifferenza" dal Corriere della Sera del 24/04/2011)
giovedì 14 aprile 2011
Tra le storie di ieri
sabato 9 aprile 2011
Due o tre segnalazioni
Tornerò con più convinzione su queste pagine. Qui intanto trovate un mio raccontino e un'iniziativa interessante del Ponticello, che tra una birra e un campari, spero torneremo a distribuire presto.
Qui la bella iniziativa di un'amica. E' una sorta di "diario dal mondo", un quaderno di appunti multimediale per condividere pensieri e sensazioni, ovunque vi troviate. Una bella idea, specie per chi ha molti amici sparsi. Potete partecipare tutti, sia alla prima che alla seconda.
Sotto infine trovate una bella canzone. Primo perchè poche cose sono più sensuali della voce di Nada. Secondo perchè la chitarra di Zamboni ha accompagnato la mia adolescenza. Terzo perchè oggi mi ispira un senso di serenità, tra le luci che si accendono pian piano lì fuori. A presto.