"Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso della navicella dell'ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci"
sabato 20 agosto 2011
Pavlov e la notte
Ho ripensato in questi giorni al cane di Pavlov, leggendo “La notte” di Elie Weisel. Il romanzo, la storia della deportazione del giovane protagonista che coincide con l’olocausto di un popolo (il popolo ebraico), è soprattutto il racconto di una perdita. La perdita di tutti i filtri cognitivi posti tra il processo di stimolo e quello di reazione. “La notte era completamente passata. La stella del mattino brillava in cielo. Anche io ero divenuto del tutto un altro uomo. Lo studente del Talmùd, il ragazzo che ero si erano consumati nelle fiamme. Restava solo una sembianza. Una fiamma nera si era introdotta nella mia anima e l’aveva divorata”. In un crescendo di orrori costanti, il protagonista scopre di essere nient’altro che un corpo freddoloso e sanguinante, una pancia vuota. Dopo ogni esecuzione descrive meccanicamente il pasto consumato, come se nulla significasse più qualcosa. Lo scenario è quello di figli contro padri, Kapò (ebrei) contro ebrei, forti contro deboli. L’unico motore dell’azione umana e la necessità, la risposta (sempre) condizionata a stimoli esterni ed interni”. “I lager sono i laboratori dove si sperimenta la trasformazione della natura umana” affermava Annah Arendt. Un esperimento destinato a espandersi su scala globale. Gli uomini dei campi di concentramento nazisti sono i sudditi ideali dei regimi totalitari perché del tutto isolati e privi di volontà. Come il cane di Pavlov al campanello segue la salivazione, così come a una serie di calci seguirebbe un’altra reazione condizionata, nessuno spazio per agire diversamente. Eppure. Eppure, anche nel romanzo avvengono piccoli miracoli. Come quando un’operaia francese rischia la sua incolumità per aiutare il piccolo protagonista. O come quando il violinista polacco, schiacciato dalla calca, non rinuncia a suonare e muore a fianco al suo violino: “Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio. […] Suonava la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato”. Sono piccoli lampi, preceduti da oscurità assoluta. Proprio per questo hanno la capacità di abbagliarti. I pezzi mancanti di un’equazione, la promessa di una strada diversa.
Quant’è difficile mantenere vivi i pezzi mancanti di questa equazione? Me lo chiedevo nei giorni scorsi osservando le notizie che provenivano riots inglesi. Viviamo tempi difficili, fatti di rabbia e frustrazioni. Tempi in cui i meccanismi della rappresentatività democratica sono quantomeno offuscati su scala globale. Eppure quello a cui si è assistito, è un sintomo di qualcosa che può largamente diffondersi, che non riesco a giustificare. Mi hanno in particolare colpito i negozi assaltati con il semplice scopo di rubare laptop, I phone, magliette di squadre di calcio e via dicendo. Amici residenti a Londra, mi raccontavano di intere aree in mano ad adolescenti e ventenni ubriachi, che si aggiravano con l'unico scopo di razziare e predare il più possibile. Tra le tante analisi, ho condiviso in particolare questa di Bauman che definisce i riots come rivolte di consumatori deprivati ed esclusi dal mercato, o questa di Adriano Sofri, che accosta il Lumpenproletariat di marxiana memoria agli insorti.
Non sono buonista, credo che ci siano circostanze in cui porgere l’altra guancia è semplicemente idiota. Ma il punto è che ho letto questi avvenimenti come il proseguimento di un modello di pensiero diffuso e dominante: il consumo come liturgia identitaria, l’irresponsabilità diffusa, l’ideologia “dell’arraffa quanto più puoi, prima che non sia più possibile”. In linea di principio, sono gli stessi meccanismi che possono spingere a girare con un SUV sfrecciando in pieno centro storico o a sfruttare lavoratori nelle aree del terzo mondo. Nessun equazione da smentire, solo l’ennesimo tornaconto del meccanismo stimolo – reazione (consumo). La salivazione come unico modello di pensiero ed azione. L’erosione di certezze, ricchezza e benessere diffuso, può sviluppare diffusamente risposte di questo tipo. Quante persone sono prigioniere di questa equazione? Quante confondono il trillo di Pavlov con il canto delle sirene? In quanti hanno sviluppato in questi anni modelli cognitivi per opporsi ai condizionamenti dell'industria culturale?
Ho l’immagine del piccolo violinista di Varsavia che suona Beethoven, pur nella calca che lo uccide. E’ il suo modo di sfuggire alla tirannia di un meccanismo condizionato. E oggi?. Oggi la fiaba che ci hanno cucito addosso, tarda giungere al lieto fine. Le molliche di pane sono terminate, Pollicino non torna più a casa. E’ fin troppo facile smarrirsi nella notte. A noi, solamente a noi, il compito (e la difficoltà) di cercare un altro sentiero. Uscire dall’indifferenziato e riattribuire cause, effetti e responsabilità. Ricreare gerarchie di priorità. Tornare a "suonare il nostro violino". Non è facile, soprattutto quando si prova rabbia. Ma è forse l’unico modo per opporsi al trillo di un campanello, all’ostinata tirannia delle nostre ghiandole salivari
lunedì 1 agosto 2011
A largo
Non sei più lì, ma in un quartiere romano deserto. Anche se lo fossi non proveresti le stesse cose. Ti affacci e c'è solo una radio che va. I quattro accordi di Karma Police. Le macchine che sfumano via lontano. Quando cessano, ti accorgi di aver perso parecchie cose per vedere ancora quelle sere d'estate con gli stessi occhi. Ti racconti che è un processo di sottrazione necessario per arrivare a te. O forse anche questa è l'ennesima giustificazione per dormire meglio. Allora pensi che se fossi lì a largo percepiresti che lo starsene lì a galla probabilmente non ha senso. Ma che forse il tuo essere uomo consiste solo in questo: non arrenderti all'ineluttabile. Altre mani, altre braccia hanno fatto sì che stessi lì ad aspettare quella sera. Conta questo, qualsiasi sia la fatica, qualsiasi sia il prezzo. Semplicemente perchè "Così vanno le cose, così devono andare" come diceva una vecchia canzone. Esci fuori e la notte d'estate è quella che è sempre stata, un tappeto sporco su cui camminare a piedi scalzi, un mare calmo infestato di sirene. Alzi gli occhi in alto, poi si spegne anche la radio e ti accorgi di essere solo. Non ti dispiace esserlo. Come se la riva fosse lì in fondo, ma non ci fosse nessuna fretta. Ogni bracciata nella sera una ferita che il mare ricuce istantaneamente. Non hai tempo di voltarti a osservarne la scia. Si vive sempre in una terra che non ci appartiene. Si vive "estirpando la gioia ai giorni futuri". Ma c'è qualcosa di vivo anche nel tuo respiro. Qualcosa che vuoi afferrare. Qualcosa che forse afferrerai, un giorno.
lunedì 25 luglio 2011
Le vesti di Orfeo
ORFEO: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L'Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L'ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrgidirisi e guardar vuoto, i lamenti cessare. Persèfone nascondersi il volto, lo stesso tenebroso impassibile, Ade, protendersi come un mortale ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.
BACCA: Il dolore ti ha stravolto Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.
ORFEO: Per poi morire un'altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l'orrore dell'Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos'è il nulla. [...]
BACCA: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo la morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.
ORFEO: E voi godetevela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E' necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L'orgia del mio destino è finita nell'Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.
BACCA: E che vuol dire che un destino non tradisce?
ORFEO : Vuol dire che è dentro di te, cosa tua: più profondo del sangue, di là di ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.
BACCA: Può darsi Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com'è dunque che scendiamo all'Inferno anche noi?
ORFEO: Tutte le volte che si invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell'Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.
BACCA: Dici cose cattive...Dunque hai perso la luce anche tu?
ORFEO: Ero quasi perduto e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso. [...]
(Cesare Pavese "Dialoghi con Leucò")
giovedì 21 luglio 2011
Il web ricorda Genova 2001
Parlavo qualche giorno fa, di come il web abbia talvolta la capacità di rinnescare processi di memoria collettiva. Navigando in rete mi è capitato di vedere qualcosa del genere riguardo al G8 di Genova del 2001. Io ricordo Genova è un blog collettivo ideato da due ragazzi e aperto a tutti. Collegandosi è possibile consultare e inserire testi e immagini per raccontare quelle giornate di luglio di 10 anni fa.
Io nel Luglio del 2001 avevo 21 anni. Non ero lì, bensì a studiare per gli ultimi esami universitari. Ricordo la mia incredulità alle prime immagini diffuse e alle prime frammentate notizie che pervenivano: mi sembrava semplicemente un brutto sogno. Avevo sempre considerato l’Italia come un paese più incline al grottesco che alla tragedia. O forse venivo semplicemente da una generazione (per fortuna) non avvezza agli scontri di piazza, alle stragi di stato o alla repressione del dissenso. Quei giorni credo che abbiano segnato un confine per molti di noi. Per la prima si sperimentava, dopo tanto, quanto potesse essere brutale il potere con la P maiuscola, per la prima volta ci si è rendeva conto che la parola “responsabilità” non era uno scherzo, da entrambe le parti.
“Ho visto la polizia ferma come un blocco di pietra aspettare che si scaricasse l’onda aggressiva per poi sfogare le proprie frustrazioni sugli inermi. Ho visto Vittorio Agnoletto nascondersi dietro ad una foglia di fico, mentre il sangue che scorreva per le strade era anche responsabilità sua. Non organizzi una manifestazione così senza servizio d’ordine. E men che meno dopo il venerdì di morte. Se lo fai sei connivente. Se lo fai sei il novello Pietro l’eremita, pronto a portare al massacro le sue schiere. Ho sentito gridare slogan che tutto erano fuorché slogan. Erano invece parole di ragione e di saggezza, che il tempo ha dimostrato vere. Si gridava contro una globalizzazione che affama le moltitudini e arricchisce le caste. E si sentivano in risposta echi di voci, anche vicine, che ti trattavano come fossi un idealista superficiale. Eri invece l’esatto contrario. Un disilluso che riusciva a vedere questa globalizzazione per quella che è. Un mostro che divora la terra su cui poggia. Genova è una frattura insanabile. Una frattura tra chi crede che un diverso modello di sviluppo sia possibile, e chi crede che questo modello sia l’unico e l’eterno. Ora come allora.” Ricorda un utente del sito.
Genova 2001 è forse la prima volta in cui si è capito che anche se non è detto “che un altro mondo è possibile” lo è un altro modello di fare informazione. Uno dei primi episodi in cui la cronaca degli eventi è stata fatta anche dalla gente nelle strade con l’uso di fotocamere, telecamere e connessioni internet, e l’utilizzo di portali transnazionali di controinformazione (ormai quasi dimenticati) come indymedia. Uno dei primi episodi in cui l'informazione “ufficiale” si è dovuta confrontare con quella dal basso generata dagli utenti. Molte bugie sono entrate nel mainstream informativo nazionale comunque e molte permangono ancora, ma da queste esperienza nasce una nuova concezione e un’utopia di trasparenza che condurrà, quasi 10 anni dopo, nel tempo dei social network, alla realizzazione di sistemi come Wikileaks.
Genova 2001 è l’ultima volta in cui l’opinione pubblica mondiale si è dovuta confrontare con istanze come: iniqua distribuzione del reddito mondiale, economia non sostenibile, decrescita, istituzioni sovranazionali e legittimazione democratica, multinazionali e diritti globali dei lavoratori e così via. Una lezione forse ancor valida ancor oggi come ricorda qualcuno in questi giorni. Due mesi dopo, con il crollo delle Twin Towers e "il serrate le fila" nella lotta al terrorismo, queste istanze sarebbero uscite pian piano dall’agenda del dibattito globale.
Genova 2001 è infine, forse la pagina più nera per la vita democratica di questo paese da 10 anni a questa parte. Perché sprovvedutezze a parte, in nessuno stato che si definisce “di diritto” possono essere tollerati episodi come quello dell’assalto alla scuola Diaz e le sevizie nella caserma di Bolzaneto, così come gli assalti indifferenziati sui cortei e una gestione a dir poco pessima dell’ordine pubblico.
“Dieci da quando scappi e per la prima volta nella tua vita hai paura di morire. Dieci anni da quando torni a casa e scopri che il resto del mondo non sa la verità, da quando vedi una ragazza che hai conosciuto il giorno prima portato via in barella con la testa insanguinata, da quando non parli più per due giorni e scopri che non sarai più lo stesso. Poi passano dieci anni e tutto torna e non cambia niente e ti viene solo da vomitare.”
Possiamo parlare di incompetenza. O essere più maliziosi (o semplicemente più realisti) e pensare a dei mandanti politici e a una “lezione esemplare”. In entrambi i casi, come potete leggere qui , a pagare sono stati in pochi. Abbiamo avuto dieci anni per scordare i nomi dei protagonisti. Cerchiamo di non scordare cosa hanno significato.
giovedì 14 luglio 2011
L'aquila: anno 2.0 o 0.2 ?
A riportalo (virtualmente) in vita c’è ora un progetto nato circa un mese fa dalla collaborazione del motore di ricerca Google, il Comune dell’Aquila, e l’ANFE (Associazione nazionale famiglie emigrati). L’obiettivo? Ricostruire la memoria dell’Aquila a due anni dal terremoto che l’ha distrutta, usando la multimedialità e le nuove tecnologie del web 2.0. Per riscoprire una piccola parte della città e delle storie dei suoi abitanti è sufficiente entrare nel sito www.noilaquila.com e trascinare il mouse sulla cartina. Cliccando su uno dei tanti siti del centro storico, si può accedere a fotografie, video e piccole testimonianze che ricordano i singoli angoli del centro abruzzese e caricare i propri contenuti.
Qui trovate un mio articolo sull’iniziativa. Qui una fotogalleria.
“La geografia è destino” affermava Napoleone in termini geopolitici. Io credo che la geografia possa essere considerata “destino” anche in termini esistenziali. Credo che le strade che abbiamo attraversato, le case dove abbiamo vissuto, le piazze dove ci siamo fermati, ci parlino di noi e determinino quello che siamo, come poco altro sa fare. Questa è la forza del progetto: considerare la città come un gomitolo di relazioni, storie, desideri, piuttosto che come uno spazio meramente abitativo.
Le bevute e le discussioni (utopiche, stupide, arrabbiate, divertenti e spesso interminabili) fino alle prime ore della mattina in un locale che non scorderò. Il Montepulciano, gli scacchi, la musica reaggae (si proprio reggae) e i panini al formaggio. Un brindisi “alle osterie di fuori porta”. Le ragazze (o meglio le "quatrane") sul corso della città il giovedì sera. La mia mano stretta a un’altra su un sagrato dopo una notte insonne. Lo scroscio di una fontana nel freddo. Hallelujah di Jeff Buckley, una macchina spenta, due sigarette accese e la città di ghiaccio sotto: sono le prime cose che mi vengono in mente pensando a questa città. Non so se possono fregare qualcosa a qualcuno. So che io sono divertito a ricostruire la città sulle testimonianze dei suoi abitanti, cercando di sovrapporre le mie. Credo sia un bel modo di utilizzare gli strumenti del web 2.0, specie nel momento in cui molte tecnologie nate come strumenti di interazione e condivisione, si trasformano in strumenti di narcisismo e autoreferenzialità diffusa. E’ un’idea del web sana, una speranza che avevo più di dieci anni fa, quando intravedevo in questi strumenti uno strumento di narrazione ed estensione delle consuete sfere di esperienza.
Quello che certo è che nessun archivio digitale basterà mai a sanare la realtà. Il centro storico dell’Aquila a due anni dal terremoto è ancora un ammasso di detriti, un cantiere fermo. Il terremoto che l’ha distrutta è solo l’ennesima emergenza sfruttata strumentalmente per fini elettorali e presto abbandonata. Quel che resta della città lo potete vedere nel filmato sopra. Vale più di molte parole. Quel che è certo è che l'Aquila non fa più parte dell’agenda setting nazionale. Io credo che in quelle macerie si nasconda molto di più di una città che non c’è più, quanto il crollo di un’intera classe dirigente. La fine dell’ “arte di arrangiarsi” e dell’“attesa del miracolo”, attività particolarmente predilette dai miei connazionali. Credo che sia questo il suo peccato originale a due anni di distanza. E dei peccati ci hanno da sempre insegnato a non parlare. Si cerca un confessore e un assoluzione al massimo. Qualcosa di confortante per poter continuare a peccare ancora.
lunedì 4 luglio 2011
Piccolo spazio pubblicità
Primo perchè siamo fratelli, oltre che amici, qualcuno ci ha diviso alla nascita e dobbiamo ancora scovare chi è stato. Secondo perchè lei fa parte di una specie in via d'estinzione, un'artista-artigiana di quelle vere, capace di esprimere la propria creatività in più ambiti, dalla musica al disegno, dalle battute al suo matrimonio, senza tirarsela minimamente. Terzo, perchè è una persona che sa farti arrivare alla profondità con semplicità, facendoti spesso anche sorridere, e questa è davvero una prerogativa di pochi.
Aiutate Chiaralascura a crescere. Eppela project. from Chiara Meloni on Vimeo.
Piccola nota a margine. Io e Chiara, ci siamo incontrati a Firenze due anni fa per frequentare un master in Multimedia content design. E' stato un bell'anno, duro per certi versi, divertente per tanti altri, che mi ha portato a conoscere persone stupende. Io prima lavoravo come copywriter in un'agenzia pubblicitaria. La mia vera passione credo fosse la scrittura, e lo è ancora adesso (probabilmente). Credo che tutti quelli che hanno fatto questo percorso, non parlo ovviamente del corso di studi, quanto dell'approfondimento di quelli che vengono ribattezzati i new media, siano stati mossi dalla consapevolezza che gli equilibri economici, produttivi e sociali stavano inesorabilmente mutando. Non è un cambiamento privo di zone d'ombra e sicuramente non esente da problematiche. Non sarò mai un positivista, tantomeno un positivista dei nuovi strumenti di comunicazione. Molte dinamiche però stanno cambiando. Sul web oggi si pubblicano e si autoproducono e vendono libri da un milione di copie, fenomeno che al di là della qualità dell'esempio citato, costituisce un precedente interessante, capace di mettere in discussione il potere di molti gruppi editoriali tradizionali. Sul web si produce informazione indipendente, che spesso non ha nulla a cui invidiare a quella dei canali ufficiali; Fortress Europe di Gabriele Del Grande, sui migranti invisibili del Mediterraneo è il primo esempio che mi viene in mente. Nella rete si valorizzano quotidianamente musica e tendenze culturali realmente indipendenti, come nel caso dello splendido Indietravel, blog e programma radiofonico di due amici. Sono segnali importanti di vitalità, che si fanno largo tra l'overflow informativo a cui siamo quotidianamente esposti e le coltri di una struttura economico-sociale vecchia, triste e corporativa. Scorgerli è importante. Sostenerli e renderli, per quanto possibile realtà , ancora di più.