sabato 17 dicembre 2011

La recessione

"Vedremo calzoni coi rattoppi; tramonti rossi su borghi vuoti di motori e pieni di giovani straccioni tornati da Torino o dalla Germania. I vecchi saranno padroni dei loro muretti come di poltrone di senatori; i bambini sapranno che la minestra è poca, e quanto vale un pezzo di pane.

La sera sarà nera come la fine del mondo, di notte si sentiranno solo i grilli o i tuoni; e forse, forse, qualche giovane (uno dei pochi giovani buoni tornati al nido) tirerà fuori un mandolino. L’aria saprà di stracci bagnati. Tutto sarà lontano. Treni e corriere passeranno di tanto in tanto come in un sonno.

(Fotografia Flickr/ http://www.flickr.com/photos/alinababafriend/)

Le città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi, coi vestiti grigi e dentro gli occhi una domanda, una domanda che è,magari, di un po’ di soldi, di un piccolo aiuto, e invece è solo di amore. Gli antichi palazzi saranno come montagne di pietra, soli e chiusi, com’erano una volta.

Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde, nella curva di un fiume, nel cuore di un vecchio bosco di querce, crolleranno un poco per sera, muretto per muretto, lamiera per lamiera.

I banditi (i giovani tornati a casa dal mondo così diversi da come erano partiti) avranno i visi di una volta, coi capelli corti e gli occhi di loro madre, pieni del nero delle notti di luna - e saranno armati solo di un coltello.

Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra, leggero come una farfalla, e ricorderà ciò che è stato, in silenzio, il mondo e ciò che sarà."

(Pier Paolo Pasolini )

venerdì 2 dicembre 2011

Porosità

Novembre 2010. Due passi vicino casa, una serata come tante. Luci giallastre e foschia sfumano i marciapiedi. Le macchine ti passano sfrecciando a fianco, stringi la sciarpa per ripararti dal freddo pungente. In testa scelte su cui meditare, nelle gambe voglia di camminare. Un’anziana sulla settantina si appoggia a un albero. Attorno buste della spesa, mucchi di cianfrusaglie che si spargono sul selciato. Poche persone in giro, ragazzi pronti per il venerdì sera, uomini che dai bar si dirigono verso casa. Il tempo di uno sguardo distratto e poi passano oltre. Faccio così anche io. Pochi passi e torno indietro. Ha gli occhi di un azzurro impenetrabile questa donna. Guarda dritto nei miei, ma è come se il suo sguardo mi scavalcasse. Le chiedo se si sente bene. Mi risponde che la devo aiutare. Non ha un posto dove andare. Chiedo se vuole che chiami qualcuno; elenco di tutto: polizia, ambulanza, centri caritas, 118. Prendo il telefono, lei mi afferra per il braccio e mi blocca. Mi indica i casermoni di cemento, che si alternano in successione sopra di noi, le antenne che si inarcano in quella chiazza di umidità luminosa, che concordiamo essere il cielo. “Non c’era nulla qui. Prati. C’erano prati. Poi hanno costruito tutto questo. Sai chi è stato? No, non è stata la mafia, sono stati i russi con il gas, non è stato nemmeno Berlusconi, è stato Putin”. Insisto per sapere se si sente bene, posso chiamare un’ambulanza se vuole. Ha una pessima cera, abiti sgualciti e occhi che sanno entrarti dentro come una miccia pronta a esplodere. “Se chiami mi troveranno. No, non devi chiamare nessuno. I soldi non li voglio, voglio solo che mi ascolti”. Fumiamo insieme qualche sigaretta. La gente che passa ci guarda sospettosa, ma tira via decisa. Mi racconta di una bambina che correva sulle strade sterrate di quel quartiere e che si feriva spesso, prima che gli impedissero di farlo. Di come suo marito fosse stato portato via dai russi e nascosto non si sa bene dove. Di quanto era buono il pane di Roma 40 anni fa, prima che lo inquinassero come hanno fatto con l’aria, con l’acqua, con le strade. Parliamo ancora un po’, poi cerco di divincolarmi. Non sono certo di sapere come aiutarla, né che lo voglia. La lascio qualche sigaretta e chiedo ai proprietari del bar di fronte se è il caso di chiamare il 118. “E’ sempre lì, non si può chiamare il 118 per la pazzia” è tutto quello che riescono a dirmi.



Novembre 2011. Non abiti più lì, ma ti ritrovi a passeggiare sulle stesse strade. Frammenti di verità che si spezzano, altri che si fanno largo. Pensi a questa enorme porosità. Ti chiedi se la sensibilità non sia in fondo nient’altro che fragilità. L’assenza di anticorpi fra se stessi e il mondo. Uno spazio in cui l’universale si arrende irrimediabilmente al particolare, all’irriducibile. Non sei sicuro che questo “irriducibile” possa essere rivestito di significati convenzionali. Ed è paradossale come hai saputo leggerlo in quella serena disperazione. In quegli occhi che non potevano più essere aiutati, perché erano troppi i significanti e i significati che li separavano dai tuoi. Paradossale come in questa ferita aperta tra te e il mondo risiedano le tue più profonde possibilità di creazione e di sgretolamento. Alzi gli occhi sui palazzi che sembrano rincorrersi fino alle colline in lontananza. Riesci malapena a scorgerle. “Putin. Gran figlio di puttana Putin”. Ed è tutto quello che riesci a dirti ancora una volta, tra i notturni in ritardo e i cinesi che chiudono il bar .

giovedì 27 ottobre 2011

Cronaca dell'alluvione #2

In principio fu la fine. Ne intuivamo distratti il senso nei pomeriggi d’inverno, quando il fumo delle nostre sigarette si spandeva ancora denso e noi rincorrevamo i giorni alla ricerca di qualcosa che ci somigliasse. Quando incominciammo a innamorarci delle vite degli altri era già tardi. I nostri eroi finivano. Finivano le storie, le idee, i baci, la rabbia, i lavori, i soldi, le camicie a quadri. Finiva sempre tutto in fretta. Finiva tutto, sempre. C’era del fascino in questa lunga caduta. Come se il mondo sgretolandosi liberasse le sue fragranze più oscure e soavi. Come se non ci fosse luce più abbagliante dell’ultimo lampione acceso nel mattino, né pace più dolce e dolorosa di quella che precede il temporale. Qualcuno si innamorò di questa lunga caduta, altri ne vennero inghiottiti. Alla maggior parte di noi toccò continuare a camminare. Con le stesse scarpe di sempre, tra le strade affollate di sempre. Passi esigui che non lasciavano alcuna traccia; i piedi, le mani, condannati alla sabbia.



La fascinazione della fine, era questo il secondo segno tangibile dell’alluvione. L’inganno che rimbalzava di schermo in schermo, di link in link, di sguardo in sguardo, fino a tradursi in bellezza, catarsi, verità. Fiorirono apocalissi, proliferarono palingenesi che scordavamo il giorno dopo. Ricordavamo invece di una porta socchiusa. Un piccolo spiraglio da dove filtrava quel mattino perfetto che ci chiamava a sé. Il sole che sbiadiva la fine della via, la canzone dell’estate che ci raccontava di domani : il mattino che non avremmo mai afferrato.

La chiamavamo “fine” è forse era solo un regno infranto. L’accecante abbaglio di sentirsi dispersi. Di camminare su specchi in frantumi sui quali indovinare i nostri lineamenti. La necessità di mostrarsi ad un miliardo di occhi e sentirsi soli. La possibilità di smarrirsi in miliardi di voci fino a dimenticare la nostra. Protendersi verso uno spiraglio e trovare solo buio. Avere tutto così chiaro da pregare e credere solo ad immagini. La chiamavamo “Fine”, ma forse era solo l’allergia sottile che ci esiliava dall’ombra delle cose. Da quell’ombra, qualcuno, da qualche parte, si sforzava di tracciare un nuovo inizio.

domenica 25 settembre 2011

Riportando tutto a casa

Quasi quindici giorni da Trieste a Belgrado, un viaggio che volevo fare da tempo. Poco per comprendere i Balcani, abbastanza per avere qualche intuizione. Giusto il tempo di ricordarmi quanto e perchè mi piaccia l'est di questo continente. Il tempo di vedere il mio mare bagnarsi con altro nome e con diversi colori su altre sponde. Il tempo di leggere qualche pagina di Ivo Andric: "E infine, tutto ciò che questa nosta vita esprime- pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri - tutto tende verso l'altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l'assurdo. Poichè tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell'infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è sull'altra sponda".

Il tempo di capire che la complessità è sia difficoltà che ricchezza, che ogni tentativo di generalizzazione o semplificazione può comportare implicitamente violenza. Il tempo di fare indigestione di burek, cevapčići, birre e treni scalcinati e meravigliosi. Il tempo di un incontro che non scorderò. Il tempo di apprendere bugie e mistificazioni raccontate su una guerra tanto vicina, quanto dimenticata. Il tempo di capire che ironia e umorismo possono essere doni preziosi che gli dei concedono di tanto in tanto all'agonia degli uomini. Il tempo di innamorarsi di una mattina di Sarajevo. Il tempo di fotografare un libro dimenticato in fondo alla Miljacka. Il tempo di seguirne il corso al termine della notte e capire che la comprensione è un presentimento e un piccolo miracolo. Un ponte raro, fragile, steso tra solitudini. L'unico spazio, dove parole, sguardi, gesti e silenzi hanno realmente un senso. Poi eccoti ancora. Poi sei di nuovo qui.

lunedì 5 settembre 2011

Alla velocità del buio

C'è un libro che da troppo tempo sostava sul mio comodino. Si chiama "La velocità del buio", titolo appropriato per raccontare la deriva di questi ultimi venti anni. Un altro saggio su Berlusconi, mi dicevo, no, io di Berlusconi francamente ho la nausea. Una premessa, ho conosciuto Giorgio (l'autore) a Dublino qualche anno fa. Di quei mesi ricordo sopratutto lo scarso sonno, le grandi bevute e la perenne ricerca di un lavoro (io ne avrò cambiati almeno sei). Ci si ritrovava a parlare dell'Italia di tanto in tanto nelle feste dopo una dose massiccia di birre. Non so quante volte mi è capitato di sentire (e ripetere a mia volta) il mantra: "Non serve a nulla", "Se siamo qui ci sarà un motivo", o "E' l'Italia" e via dicendo. No, forse quando ero a Dublino, cos'era veramente questo Paese non lo sapevo, o almeno, non quanto adesso. "Cos'è l'Italia" ho imparato a sperimentarlo sulla mia pelle negli anni successivi.

Anche Giorgio credo di averlo conosciuto meglio poi, tramite il suo blog, che seguo e che vi invito a leggere. Mi sono deciso a prendere il libro in mano solo dopo un pò. Mano e mano che scorrevo le pagine mi sono accorto che la lettura non mi pesava, anzi. Il saggio non mi parlava solo di Berlusconi, ma anche del mio vissuto. Un tentativo di risposta ai numerosi interrogativi e ai tanti alibi che sottostannno all'anomalia di questi anni. Ai tanti "E' l'Italia", ai troppi "Fa tutto schifo" che mi è capitato di pronunciare. Ma non solo. Il libro tendeva a riportare il berlusconismo nel solco della mia quotidianità. Una quotidianità troppo spesso permeata da egoismo, superficialità e irresponsabilità diffusa. Inquadrava il berlusconismo non tanto (o meglio non solo) come un'assurdità politica e legale, ma come una sorta di pozzo avvelenato capace di inquinare i miei rapporti sociali e affettivi, la mia realtà, le mie prospettive, e ne combatteva nello stesso tempo la dimensione di tragedia e ineluttabilità. La recensione che trovate sotto doveva essere pubblicata su un magazine on-line. Per varie ragioni, che sottostanno alle (spesso) impercrustabili logiche editoriali , non è andata su. La ripropongo qui sotto (anche se un pò lunga per un blog).


Sono passati quasi venti anni dalla trasformazione de ”L’Italia è il paese che amo” (1994) a “L’Italia paese di merda” (2011). A pronunciare la frase, nel corso di una conversazione telefonica (intercettata), il premier Silvio Berlusconi. Di non abitare nel migliore dei mondi possibili credo ce ne fossimo accorti in molti. Ma sono convinto che in Francia, Germania o negli Stati Uniti lo stesso sarebbe probabilmente bastato a scatenare una crisi di governo. Non credo sia l’apice raggiunto dal nostro primo ministro. Ha detto cose ben peggiori nei confronti dei magistrati, delle donne, degli omosessuali, del popolo di sinistra, degli immigrati e via dicendo. Ancora una volta invece si è assistito a poche reazioni indignate, come se si trattasse di una freddura pronunciata dall’ultimo avventore del bar sport sotto casa o da un vecchio zio ormai in là con gli anni afflitto da arteriosclerosi. Ingenuamente, per un istante, mi è venuto da chiedermi “come si arrivati a questa situazione?”.

Una premessa. Di Berlusconi ho la nausea. Su di lui conosco sicuramente non tutto, ma molte cose. Ho assistito ad anni di saggi, inchieste, libri e invettive. Berlusconi è ancora lì, malgrado i segni di cedimento di questi ultimi mesi. E’ davvero necessario scrivere qualcos’altro sul personaggio? Credo di sì. A patto che si tratti di una storia diversa.

La lettura de “La velocità del buio” (Zona Editore) rappresenta per molti aspetti "una storia diversa". Scritto dal trentenne Giorgio Fontana il saggio si propone di tracciare una rotta nei binari disegnati dal berlusconismo in questi ultimi venti anni.

Cosa rappresenta l’anomalia berlusconiana per chi ha trent’anni e non può permettersi “il lusso della nostalgia”? Innanzitutto il simbolo di un edonismo irresponsabile diventato l’unico modello sociale plausibile, un paradigma che eleva l’egoismo personale a unico metro di giudizio, suggerisce l’autore. Una forma di pensiero, prima che di governo, che esclude ogni forma di progettualità e slancio capace di travalicare la mia individualità e il mio presente; la tirannia del “Qui e Ora” che non contempla il rispetto di norme condivise, né l’esistenza di pulsioni sganciate dal profitto immediato. Un regno dove nulla rappresenta un fine in sé stesso (e nulla ha quindi un valore insostituibile), ma tutto si trasforma un mezzo per accrescere il mio personale godimento.

L’obiettivo del saggio è considerare Berlusconi non solo (o non tanto) un enorme cortocircuito politico e legale, ma un problema cognitivo. Tre i capisaldi che reggono l’anomalia: crisi di una dimensione etica condivisa, crisi dell’argomentazione razionale, crisi della verità. Sono queste tre realtà che caratterizzano il ventennio berlusconiano più forse di ogni altro aspetto. La verità in questo universo non conta più nulla, suggerisce Fontana. L’argomentazione razionale è “pericolosa” perché mi obbliga a offrire giustificazioni possibilmente condivise per le mie azioni o le mie parole e come tale va abbattuta. Chi argomenta, chi si limita a verificare i fatti e fornire delle spiegazioni, viene visto come “un fesso” nella maggior parte dei casi. Al dialogo si è sostituito progressivamente il litigio e la delegittimazione del referente. Eccoci allora arrivati al cuore del problema. Ben al di là di essere unicamente un disegno politico quantomeno discutibile, che si alimenta di illegalità diffusa, il berlusconismo si pone come “Un attacco costante a verità, razionalità, etica o, più precisamente come il tentativo di legittimare che verità, razionalità ed etica siano cose insignificanti di fronte al proprio tornaconto”. Un progetto che si è staccato presto dal proprio creatore per diffondersi trasversalmente nella nostra quotidianità e persino in noi stessi. Cos’è allora Berlusconi, l’ennesima autobiografia della nazione o l’artefice dello “stato delle cose” in cui siamo immersi? Forse né l’uno, né l’altro, suggerisce il saggio. In quanto Berlusconi è sia l’incarnazione di mali e vizi di lunga data, sia la decisa accelerazione di una deriva .

“La velocità del buio” si apre con una domanda, che nasconde una premessa: “Come siamo arrivati a questo punto?”. Esiste un DNA immutabile rilevabile nella popolazione italiana, che possa giustificare questo stato di cose?. La risposta di Fontana è no. Esistono problemi atavici e ricorrenti nella storia del Paese. Un’unità debole ed etero- diretta, l’incapacità di riconoscersi nelle norme e nella collettività, un enorme differenza economica tra Nord e Sud, il culto diffuso del “particolare”, un “familismo amorale” trasformatosi da espediente di necessità a mezzo per giustificare cinismo ed egoismo, una serie di occasioni mancate specialmente negli anni del boom economico e quelli successivi della contestazione delineati da Guido Crainz nel saggio “Il Paese mancato”, ad esempio. In sintesi, quello che è forse sempre mancato al paese è stata una mancata educazione alla modernità, intesa come estensione dei diritti e dei doveri pubblici, senso civico concreto, fiducia anche minima nelle istituzioni. Ma non esistono “età dell’oro” e neppure affascinanti “mutazioni antropologiche” di pasoliniana memoria, per il semplice fatto che non esistono codici genetici dell’italianità. Esistono fenomeni storici e sociali determinati, sui quali si può e si deve influire.

Per capire l’Italia attuale, è allora meglio perdere di vista ogni nostalgia, perché l’Italia di un secolo, ma anche di trenta o quarant’anni fa, non è lontanamente paragonabile a quella che stiamo vivendo. La realtà odierna è quella di un paese dove appena il 20,2 % dei cittadini ha le competenze minime di lettura, scrittura e calcolo indispensabili per muoversi in una società complessa (I dati sono tratti da “La cultura degli Italiani” di Tullio De Mauro), problema rispetto al quale anche quello del “digital divide” perde spessore, perché la ricchezza delle rete e dei new media è basata su una complessità che va gestita con adeguati strumenti cognitivi e culturali. L’Italia contemporanea è il paese abitato da un ceto medio accomunato “da uno stile esistenziale volgare, rancoroso, consumistico – dove tutto può e deve essere consumato, tutto si riduce alla fruizione violenta e immediata”, una paese fondato su una videocrazia in cui le immagini hanno perso spesso ogni significazione, dove la lingua viene svuotata semanticamente ogni giorno (si pensi alle mille declinazioni del termine “comunisti” o alla magistratura definita “metastasi della democrazia”). Il tutto con un aggiunta importante: l’incapacità della sinistra di essere realmente “pop”, di creare una cultura non èlitaria non necessariamente speculare a quella berlusconiana, una tendenza già intuita in tempi non sospetti da Edmondo Berselli.

Date le premesse, sarebbe semplice arrendersi al “Non serve a niente”, titolo di un piccolo capitolo del saggio e mantra ascoltato e ripetuto infinite volte in questi ultimi anni. La via di uscita dalla “sensazione destinale” del berlusconismo, si chiama invece per Fontana recupero dell’“Illuminismo”, inteso come ideale senza tempo e ancora in itinere, basato su un corretto esercizio della ragione. Citando Kant l’autore invita a “Offrire dei buoni motivi per le nostre azioni. Motivi più o meno validi, ma comunque fedeli a una prassi di argomentazione: e cioè valutabili tendenzialmente da chiunque” . Ciò coincide con la ripresa di una dimensione in cui diritti e doveri sono le due facce di una stessa medaglia: quella della cittadinanza attiva. Una dimensione che si basa sul recupero dell’indignazione e della vergogna, sull’eliminazione diretta del “Tiranno che è in noi”. Sulla costruzione di un’identità nuova, in cui possa riconoscersi sia il figlio di un immigrato di Messina, che la casalinga di Trieste. Un appello esteso anche agli intellettuali e agli operatori culturali: quello di allontanarsi dal chiacchiericcio e dall’autoreferenzialità e dedicarsi alla creazione di buoni contenuti. Tornare al lavoro di argomentazione, di verifica e di diffusione orizzontale della conoscenza.

In sintesi, la “storia diversa” capace di combattere il belusconismo, passa nell’allargamento della dimensione del presente, nella capacità di proiettarsi e di progettare, nel recupero di un “Noi” a vantaggio di un “Io” ipertrofico e insolvente che ci hanno cucito addosso. E’ una strada percorribile? Sinceramente non lo so. So che il libro su di me ha avuto essenzialmente un effetto: quello di riscattarmi dal torpore in cui mi sento periodicamente immerso. Il pregio del saggio a mio avviso non è tanto quello di offrire soluzioni, ma strumenti per orientarsi nel disordine e nell’impotenza di questi tempi. Il riportare il berlusconismo nel solco di una quotidianità spesso composta da superficialità e irresponsabilità, veri e propri frutti avvelenati di una stagione lunga più di venti anni.

sabato 20 agosto 2011

Pavlov e la notte

Tutto parte da un campanello. A ogni trillo un cane (io immagino un bastardino) riceve un po’ di carne. Due, tre, quattro, forse anche cento volte. Poi il campanello suona di nuovo; niente carne questa volta, ma il cane abituato ad associare lo stimolo acustico al cibo, saliva pregustando il boccone. Sembra banale, è uno degli esperimenti chiave per la storia delle scienze sociali del ‘900. La scoperta di quello che passerà alla storia come “condizionamento operante” grazie al lavoro del fisiologo russo Ivan Pavlov. Quel campanello segna l’inizio di uno dei tanti “miti” del Secolo Breve: quello di poter influire anche sugli atteggiamenti e sui comportamenti umani attraverso l’accurata ripetizioni di stimoli ai quali dovrebbe far seguito una risposta condizionata. Per il filone di studio che si farà carico di questo paradigma, il comportamentismo, la mente umana non è nient’altro che una scatola nera inconoscibile (e il suo funzionamento viene considerato per molti versi irrilevante). Il Novecento, si sa, è stato il secolo delle masse; da un singolo individuo a una massa (a volte) il passo è breve. Sono queste teorie che influenzeranno altri modelli, come quello dell’”ago ipodermico”. In questo paradigma i messaggi comunicativi sarebbero in grado di colpire direttamente gli individui in modo diretto e immediato, modificandone opinioni e comportamenti, proprio come un proiettile. Non a caso la teoria è chiamata in inglese “Bullet Theory”. Pensateci, una larga massa di zombie controllati da pochi “architetti della volontà”, pochi Dottor Caligari da una parte e una coltre di individui ipnotizzati dall’altra. Come sono andate le cose? Sono andate che tra un uomo e un cane c’è (alle volte) differenza. Che tra la ricezione di un messaggio o l’esposizione a uno stimolo e la sua risposta ci sono molte variabili di tipo cognitivo, che rendono questa risposta per molti versi per imprevedibile. Ci sono la cultura, gli affetti, i valori condivisi, le relazioni sociali, il mio universo affettivo, la mia pancia piena o vuota, la mia discussione con mia madre e via dicendo. Nessuna bacchetta magica insomma.




Ho ripensato in questi giorni al cane di Pavlov, leggendo “La notte” di Elie Weisel. Il romanzo, la storia della deportazione del giovane protagonista che coincide con l’olocausto di un popolo (il popolo ebraico), è soprattutto il racconto di una perdita. La perdita di tutti i filtri cognitivi posti tra il processo di stimolo e quello di reazione. “La notte era completamente passata. La stella del mattino brillava in cielo. Anche io ero divenuto del tutto un altro uomo. Lo studente del Talmùd, il ragazzo che ero si erano consumati nelle fiamme. Restava solo una sembianza. Una fiamma nera si era introdotta nella mia anima e l’aveva divorata”. In un crescendo di orrori costanti, il protagonista scopre di essere nient’altro che un corpo freddoloso e sanguinante, una pancia vuota. Dopo ogni esecuzione descrive meccanicamente il pasto consumato, come se nulla significasse più qualcosa. Lo scenario è quello di figli contro padri, Kapò (ebrei) contro ebrei, forti contro deboli. L’unico motore dell’azione umana e la necessità, la risposta (sempre) condizionata a stimoli esterni ed interni”. “I lager sono i laboratori dove si sperimenta la trasformazione della natura umana” affermava Annah Arendt. Un esperimento destinato a espandersi su scala globale. Gli uomini dei campi di concentramento nazisti sono i sudditi ideali dei regimi totalitari perché del tutto isolati e privi di volontà. Come il cane di Pavlov al campanello segue la salivazione, così come a una serie di calci seguirebbe un’altra reazione condizionata, nessuno spazio per agire diversamente. Eppure. Eppure, anche nel romanzo avvengono piccoli miracoli. Come quando un’operaia francese rischia la sua incolumità per aiutare il piccolo protagonista. O come quando il violinista polacco, schiacciato dalla calca, non rinuncia a suonare e muore a fianco al suo violino: “Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio. […] Suonava la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato”. Sono piccoli lampi, preceduti da oscurità assoluta. Proprio per questo hanno la capacità di abbagliarti. I pezzi mancanti di un’equazione, la promessa di una strada diversa.



Quant’è difficile mantenere vivi i pezzi mancanti di questa equazione? Me lo chiedevo nei giorni scorsi osservando le notizie che provenivano riots inglesi. Viviamo tempi difficili, fatti di rabbia e frustrazioni. Tempi in cui i meccanismi della rappresentatività democratica sono quantomeno offuscati su scala globale. Eppure quello a cui si è assistito, è un sintomo di qualcosa che può largamente diffondersi, che non riesco a giustificare. Mi hanno in particolare colpito i negozi assaltati con il semplice scopo di rubare laptop, I phone, magliette di squadre di calcio e via dicendo. Amici residenti a Londra, mi raccontavano di intere aree in mano ad adolescenti e ventenni ubriachi, che si aggiravano con l'unico scopo di razziare e predare il più possibile. Tra le tante analisi, ho condiviso in particolare questa di Bauman che definisce i riots come rivolte di consumatori deprivati ed esclusi dal mercato, o questa di Adriano Sofri, che accosta il Lumpenproletariat di marxiana memoria agli insorti.

Non sono buonista, credo che ci siano circostanze in cui porgere l’altra guancia è semplicemente idiota. Ma il punto è che ho letto questi avvenimenti come il proseguimento di un modello di pensiero diffuso e dominante: il consumo come liturgia identitaria, l’irresponsabilità diffusa, l’ideologia “dell’arraffa quanto più puoi, prima che non sia più possibile”. In linea di principio, sono gli stessi meccanismi che possono spingere a girare con un SUV sfrecciando in pieno centro storico o a sfruttare lavoratori nelle aree del terzo mondo. Nessun equazione da smentire, solo l’ennesimo tornaconto del meccanismo stimolo – reazione (consumo). La salivazione come unico modello di pensiero ed azione. L’erosione di certezze, ricchezza e benessere diffuso, può sviluppare diffusamente risposte di questo tipo. Quante persone sono prigioniere di questa equazione? Quante confondono il trillo di Pavlov con il canto delle sirene? In quanti hanno sviluppato in questi anni modelli cognitivi per opporsi ai condizionamenti dell'industria culturale?

Ho l’immagine del piccolo violinista di Varsavia che suona Beethoven, pur nella calca che lo uccide. E’ il suo modo di sfuggire alla tirannia di un meccanismo condizionato. E oggi?. Oggi la fiaba che ci hanno cucito addosso, tarda giungere al lieto fine. Le molliche di pane sono terminate, Pollicino non torna più a casa. E’ fin troppo facile smarrirsi nella notte. A noi, solamente a noi, il compito (e la difficoltà) di cercare un altro sentiero. Uscire dall’indifferenziato e riattribuire cause, effetti e responsabilità. Ricreare gerarchie di priorità. Tornare a "suonare il nostro violino". Non è facile, soprattutto quando si prova rabbia. Ma è forse l’unico modo per opporsi al trillo di un campanello, all’ostinata tirannia delle nostre ghiandole salivari

lunedì 1 agosto 2011

A largo

La luce delle scale dell'albergo di fronte, il mare invisibile come un sintomo, lo sai, è da lì che filtra la tua estate. Anche adesso che l'estate non la senti, anche se sei lontano. Se stringi le dita ti chiedi perchè ti sia sempre piaciuto l'odore che c'è dopo un acquazzone o il nuotare a sera nel tuo mare fino a largo e startene lì a guardare il mondo svanire. C'è un tempo in cui ogni sera d'estate è una promessa. A te piaceva osservarla da lontano accendersi piano la sera. L'utopia inquieta di tracciare un solco, ritrovarti in altri sguardi, altre bocche, altre parole. La stupida convinzione che non sia tutto destinato a svanire intorno. La sensazione che ci sia qualcosa intrappolato lì fuori, qualcosa che può parlare solo a te.



Non sei più lì, ma in un quartiere romano deserto. Anche se lo fossi non proveresti le stesse cose. Ti affacci e c'è solo una radio che va. I quattro accordi di Karma Police. Le macchine che sfumano via lontano. Quando cessano, ti accorgi di aver perso parecchie cose per vedere ancora quelle sere d'estate con gli stessi occhi. Ti racconti che è un processo di sottrazione necessario per arrivare a te. O forse anche questa è l'ennesima giustificazione per dormire meglio. Allora pensi che se fossi lì a largo percepiresti che lo starsene lì a galla probabilmente non ha senso. Ma che forse il tuo essere uomo consiste solo in questo: non arrenderti all'ineluttabile. Altre mani, altre braccia hanno fatto sì che stessi lì ad aspettare quella sera. Conta questo, qualsiasi sia la fatica, qualsiasi sia il prezzo. Semplicemente perchè "Così vanno le cose, così devono andare" come diceva una vecchia canzone. Esci fuori e la notte d'estate è quella che è sempre stata, un tappeto sporco su cui camminare a piedi scalzi, un mare calmo infestato di sirene. Alzi gli occhi in alto, poi si spegne anche la radio e ti accorgi di essere solo. Non ti dispiace esserlo. Come se la riva fosse lì in fondo, ma non ci fosse nessuna fretta. Ogni bracciata nella sera una ferita che il mare ricuce istantaneamente. Non hai tempo di voltarti a osservarne la scia. Si vive sempre in una terra che non ci appartiene. Si vive "estirpando la gioia ai giorni futuri". Ma c'è qualcosa di vivo anche nel tuo respiro. Qualcosa che vuoi afferrare. Qualcosa che forse afferrerai, un giorno.