giovedì 14 aprile 2011

Tra le storie di ieri

Un’Italia fatta di stracci e nebbie, di dita sporca e sante processioni, un Paese di mura diroccate e bambini che guardano altrove. Qui un mio articolo sulla (bella) mostra dove potete ancora avvistarla. Sotto, la colonna sonora.

sabato 9 aprile 2011

Due o tre segnalazioni

Poco tempo per scrivere. Sono giornate intense fra lavoro e impegni. Roma si sveste e oltre al traffico e ai soliti, estenuanti ritardi dei mezzi, si rivede il cielo. Non è una città facile Roma. Specialmente se non sei nato qui. Tutto si arrampica verso l'alto, dalle case alle chiese, ai resti di un passato che continua a sovrapporsi al presente. Ma questo cielo io l'ho visto solo qui. Un largo corridoio che sa proiettarti in un istante lontano. Una ferita che sa di "altrove". Cammino per il "Quadraro", il mio quartiere. Alberi fioriti, il macellaio con su Bob Marley, italianissime nonne mano nella mano con bei bambini dai tratti orientali o africani, acquedotti romani e colline in lontananza. A breve lo abbandonerò e penso che (inaspettatamente) mi mancherà molto.

Tornerò con più convinzione su queste pagine. Qui intanto trovate un mio raccontino e un'iniziativa interessante del Ponticello, che tra una birra e un campari, spero torneremo a distribuire presto.

Qui la bella iniziativa di un'amica. E' una sorta di "diario dal mondo", un quaderno di appunti multimediale per condividere pensieri e sensazioni, ovunque vi troviate. Una bella idea, specie per chi ha molti amici sparsi. Potete partecipare tutti, sia alla prima che alla seconda.

Sotto infine trovate una bella canzone. Primo perchè poche cose sono più sensuali della voce di Nada. Secondo perchè la chitarra di Zamboni ha accompagnato la mia adolescenza. Terzo perchè oggi mi ispira un senso di serenità, tra le luci che si accendono pian piano lì fuori. A presto.


sabato 5 marzo 2011

Dell'inverno, di un libro dimenticato e della possibilità di una strada

Non scrivo da un po’. Questo inverno ha significato tante cose, oltre al paio di mani ben screpolate che battono su una tastiera. Tra le tante cose porto con me un libro. Lo porto solo in mente, perché in realtà l’ho lasciato nel pulman che mi riportava a casa. Forse è un segno. Immagino che sia tra le mani di qualcun altro adesso. Qualcuno che sappia amarlo almeno quanto ho fatto io.

Il libro parla di un mondo agonizzante e di un cammino. Di una strada che condurrà i due protagonisti verso la salvezza, o forse verso nulla. Non c’è niente che renda appetibile l’esistenza. Una larga apocalisse, della quale non riusciamo a intuire la causa, ha sconvolto completamente le basi della vita sul pianeta. La terra è una fredda landa senza più sole, né cibo; una landa dominata da tempeste di cenere e bande di predoni cannibali. Perchè camminare? Ha senso sopravvivere a queste condizioni? Se lo chiede anche il protagonista. La risposta è nei passi che lo succedono, i passi di suo figlio. Non c’è scelta. Perché il significato della “strada” va oltre la sua stessa esistenza. L’uomo è l’ultimo punto di una retta che contempla punti innumerevoli. Il punto successivo è costituito dai passi che lo succederanno. Continuerà a camminare verso sud nella speranza di “sole e temperature miti”. Nel sogno di un’umanità diversa. Un’umanità che probabilmente solo suo figlio conoscerà. Lui è il futuro. La storia è nei suoi passi. In un’esistenza ridotta alla primordialità è questa l’unica certezza che rende indispensabile il cammino.



Siamo immersi in tante ossessioni e tabù, dei quali non riusciamo più ad accorgerci. Fino a quando un morso non ci risveglia. L’arte serve anche (e soprattutto) a questo. Il romanzo ha fra i tanti pregi quello di darci questo morso: infrangere il tabù dell’individualismo totalizzante. Senza retorica. Senza troppe concessioni al buonismo. Ha il pregio di ricordarci che le nostre vite possono avere un significato che va oltre le nostre individualità. La “Fine della storia” tanto celebrata nei primi anni di questo secolo, oltre alla fine della dialettica fra le forze sociali, conteneva anche questo: la fine di una progettualità che travalicasse le nostre esistenze e il culto dell'immediato. Uno scenario comodo per un determinato assetto economico e politico, sul quale non intendo soffermarmi. Il romanzo è invece una sorta di grido d’amore. E’solo questo amore che è capace di rimettere in moto il tempo.
Anche questi giorni assomigliano talvolta una sorta di universo post-apocalittico, quantomeno dal punto di vista politico, etico, sociale, culturale.
Ogni "pagina vera" è uno spiraglio verso un altro universo. Occhi nuovi per osservare quello che hai attorno. Da queste pagine porto con me la speranza di una strada. Di un sentiero da percorrere fino in fondo. Di un cammino da non percorrere necessariamente solo.

P.S. = Avete indovinato il libro? Non è così difficile

domenica 14 novembre 2010

Il nastro d'Irlanda

Parlavo qualche giorno fa delle tante storie che scorrono collaterali a questa sarabanda di impasti di governo, riti tribali e gossip. Mi è balzata distrattamente all'occhio l'altro giorno, la notizia della protesta degli immigrati di Brescia . Premetto che per capire cosa rivendicano questi uomini ho impiegato parecchio . Non c’è spazio per l’analisi nell’era delle breaking news globali. Capisci presto che questi quindici lavoratori stanno reclamando il permesso di soggiorno. Nessuno si concentra però sulle loro storie e sui vincoli legislativi che negano il raggiungimento di questo status. Sono 15 termini di un’equazione già nota. Sono su una gru. Giù volano bottigliate. Fino a quando sono lì sopra le telecamere saranno accese. Poi passeranno ad altro. Chissà se qualcuno ricorderà mai che la legge che nega il loro ingresso porta il nome “Bossi- Fini”. Il secondo termine del tandem ora si erge a paladino della patria multietnica e dei diritti delle minoranze. Ieri si vantava di aver varato una legge all’avanguardia in termini di immigrazione. Una legge vecchia quanto il cucco.

Sono nipote di immigrati, cerco di non dimenticarmelo mai. Non era un’altra nazione quella dove i miei nonni si sono recati. Era la Milano degli anni ’50, la città simbolo del boom economico. Per loro era quasi lo stesso. Le dinamiche applicate nei confronti dei lavoratori provenienti dal sud (e i conseguenti ricatti) erano più o meno le stesse a cui oggi sono sottoposti gli extracomunitari. Anche le discriminazioni non differivano poi tanto da quelle a cui sono soggetti molti lavoratori del sud o dell’est del mondo. Eppure i miei nonni quella città l’hanno amata. Poi, da perfetti abruzzesi sono tornati. Mio nonno si è messo addirittura a coltivare un piccolo lembo di terra sabbioso vicino al mare. Mia nonna diceva che mio nonno per l’agricoltura non era proprio tagliato. Penso avesse ragione. Nei pomeriggi d’inverno mi parlava dei vecchi Navigli. Di una città fredda e nebbiosa che entrambi avevano conquistato piano. Nelle sveglie all’alba, nelle fiere, nella fatica quotidiana. Nel disperato orgoglio di chi la sopravvivenza e il suo piccolo scantinato nel mondo deve sudarselo ogni giorno.




La seconda notizia che mi ha colpito è relativa ad un paese a cui mi sento, per varie vicende personali, legato. Il primo crack è stato quello greco. Ora c’è paura per le finanze irlandesi. La tigre celtica non ruggisce più. Anzi. Ho passato un anno della mia vita in Irlanda. Ho fatto ogni tipo di mestiere, dal lavapiatti al commesso. La Dublino che ricordo era un crogiuolo di ottimismi convergenti da tutti i continenti. Era facile, molto facile trovare lavoro 5- 6 anni fa. Ottime le paghe. Molte le aziende multinazionali straniere che investivano lì. Ne derivava una sensazione da perenne città dei balocchi, un’ondata di prosperità e di benessere che il piccolo paese, un tempo terra di emigranti, non aveva mai conosciuto nella sua storia. A tratti rimpiango ancora quel clima. Mi mancano molte cose di quell’Irlanda, ma a parte alcuni incontri e alcune sensazioni che non dimenticherò, non ho mai amato a fondo Dublino. Eravamo immersi in un perenne dì di festa. Ho avuto sempre un inconscio senso di insofferenza per tutto questo. Credo che a tratti riuscissi a percepirne la precarietà e la superficialità. Qualche irlandese mi diceva che non riconosceva più la città dove era cresciuto.

Un sera passeggiavo con la mia ragazza di allora per O’ Connell Street, la via principale della città. Si avvicina una donna irlandese e attacca bottone. Ci domanda da dove proveniamo. “Siamo italiani” rispondo io. Lei mi risponde “E che siete venuti a fare? Tutti vengono qui e rubano il lavoro ai nostri ragazzi”. Ai tempi lavoravo come lavapiatti. Le ho risposto semplicemente che se suo figlio voleva lavorare come "Kitchen porter” poteva accomodarsi. Il prezzo erano mani perennemente screpolate, mal di schiena e bestemmie quotidiane (tante). Lei è andata avanti (ubriaca) a inveire contro i “fucking foreigners” che rubavano il lavoro ai loro ragazzi. Di storie del genere ne ho collezionate diverse. Come in un albergo, quando un cuoco mi guarda e fa “Si vede che sei Italiano. E se lavori come cameriere qui vieni certamente dal sud.”



Sono frasi idiote, ma che fanno cadere le braccia. E di braccia ne avevo bisogno. Ci sono stati dei periodi in cui mi sono trovato anche a svolgere due lavori. Dodici, tredici ore al giorno e poi si ripartiva. Sempre a correre, a strappare disperatamente qualche minuto di sonno al cielo piovoso di Dublino. Uno di questi era in un ristorante, tavola calda della National Gallery of Ireland (si mangia bene, ora posso dirlo). Io e un gruppo di cinesi, per quasi un mese. Per la prima volta sperimentavo il razzismo al contrario. Il fastidio di sentire gli altri attorno comunicare in una lingua che non puoi capire. Il fastidio di mangiare una scodellina di riso freddo, mentre gli altri si abbuffano degli scarti più prelibati della cucina. Non è stato facile non cedere al risentimento. E infatti non l'ho fatto. Poi hanno cominciato a prevalere i gesti. La solidarietà o la coscienza di essere incatenati lì a sparecchiare tavoli, mentre la vita se ne andava via tra le colazioni e le gambe della turista francese seduta in terza fila. Ho provato ad ascoltarle le storie di questi ragazzi. Alcuni avevano appena venti anni. Due lavori, più l'università. Molti studiavano informatica. Molti erano a Dublino perchè semplicemente non avevano scelta. Abitavano nelle campagne e, per legge, non potevano spostarsi nelle città del loro paese, e conseguentemente nemmeno studiare. Li guardavo e pensavo che non avrebbero mai goduto del frutto dei loro sforzi. Sarebbero state le future generazioni a farlo probabilmente. Mi chiedevo se quel loro stare lì a rincorrere strenuamente il modello occidentale fosse la fine di un mondo o forse l'inizio di un altro. Ci siamo salutati tutti in un ristorante cinese nei pressi del mio quartiere, a detta loro, uno dei migliori della città. Lunedì, cinque del pomeriggio. L'unico momento della giornata in cui nessuno lavorava. Uno dei pranzi più divertenti della mia vita.

La lezione più grande l’ho imparata forse da un mio datore di lavoro. Lui era polacco. Gestiva una videoteca e mi aveva preso in simpatia. Una brava persona. Colto, laureato in storia, scherzavamo spesso e parlavamo dell’Italia, della Polonia e di come la storia del dopoguerra avesse complicato il tutto, per loro, ma anche per noi. Entravano tanti ubriachi nella nostra videoteca. Alla gente di Dublino nord piace bere fuori dai pasti. Era facile che qualcuno si lasciasse andare a leggerezze contro gli addetti al noleggio. Su una cosa sola il mio amico era intransigente. “Lasciali parlare. Sorridi sempre. Anche se sono ubriachi sono simpatici, ci si può scherzare. Ma se qualcuno ha qualcosa da ridire sul fatto che tu sei italiano o lei è polacca, sbattili semplicemente fuori. Guadagnerò meno, ma dei coglioni posso anche fare a meno”. Nessuno mi ha mai detto nulla. Al massimo si scherzava un po’ sul calcio o sulle donne. Ma mi è sempre piaciuto il suo atteggiamento. La sua dignità.

Non ho amato quella Dublino, ma ho sempre amato gli irlandesi. Una popolazione schietta, calda, composta di ottimi bevitori e (malgrado i due sciagurati esempi che ho citato sopra) molto accogliente. Mi domandavo semplicemente come una terra di emigranti potesse avere a tratti la memoria così corta. Quanto siano semplici e banali i procedimenti che portano implicitamente al razzismo. A Dublino come a Brescia, a Roma come a Milano. In quella città ora vorrei tornare. Un amico che c’è stato recentemente dice che l’ha trovata assai cambiata. Meno gente, forse anche più sobrietà, chissà.
Credo che ci sia un nastro sottile che unisce unisce una campagna cinese, una periferia dublinese e uno dei tanti hinterland delle nostre città e molti altri luoghi ancora. Un nastro che deve rimanere invisibile ai più. E' più comodo gridare all'invasione aliena. Senza pensare che la repulsione di ciò che viene considerato come"alieno", nasconde sempre la paura di diventare "alieni".

Ho ancora il conto delle bestemmie, degli insulti, delle volte che ho detto "Basta ora torno a casa". Ma non ringrazierò mai abbastanza per averlo vissuto quell'anno. E' stata una sorta di educazione sentimentale che mi ha portato a percepire differentemente tante cose.

Vorrei tornare Dublino e lo farò un giorno. Vorrei parlare con la sua gente, parlarci ora. Sono convinto che nei suoi vicoli deserti è nascosta una lezione ancora valida. Valida dappertutto. Anche qui.

domenica 7 novembre 2010

Parole a memoria

"Sono il disordinato frequentatore delle più nascoste rotte, dei più segreti approdi. Delle loro inutilità e della loro ignota ubicazione si nutrono i miei giorni.
Ogni frutto è un occhio cieco estraneo alle più soavi sostanze. Ci sono regioni dove l'uomo scava nella sua felicità le brevi volte di uno scontento senza ragione e senza rimedio.
Segui le navi. Segui le rotte che solcano le logore e tristi imbarcazioni. Non ti fermare. Evita perfino il più umile ancoraggio. Risali i fiumi. Discendi i fiumi. Confonditi nelle piogge che inondano le pianure. Rifiuta ogni sponda.
Nota quanto abbandono regna in questi luoghi. Così i giorni della mia vita. Non fu altro. Ormai non potrà esserlo.
Le donne non mentono mai. Dalle più segrete intimità del loro corpo scaturisce sempre la verità. Accade che ci sia dato di decifrarla con una parsimonia implacabile. Ci sono molti che mai la ottengono e muoiono nella cecità senza scampo dei loro sensi.


Esistono due metalli che allungano la vita e concendono, a volte la felicità. Non sono nè l'oro, nè l'argento, nè cosa che gli somigli. So solo che esistono.
Io avrei seguito le carovane. Sarei morto sotterrato dai cammellieri, coperto dallo sterco delle loro greggi, sotto l'alto cielo degli altipiani. Meglio, sarebbe stato molto meglio. Il resto, in verità, non è stato interessante"

(Alvaro Mutis "La neve dell'ammiraglio")

mercoledì 3 novembre 2010

Tra le rughe di Dorian Gray (O tra pelo e buoi)

Ho davanti una vecchia signora imbellettata. Si veste trendy, cool, à la page (altri aggettivi fighetti trovateli voi). Usa frasi giovanilistiche, compete con giovani tronisti e soubrette, ama proferire volgarità e anche ammantarsi di vestiti sottili e scollature in presenza di telecamere, se vi va. Mi metto a ridere. Avverto che quella signora è il contrario di ciò che dovrebbe essere. Poi rifletto. Penso che quella signora probabilmente non prova più piacere nel mostrarsi in questo stato, ma che anzi forse ne soffre. Sento (non avverto, attenzione) che quella signora è il contrario di quello che dovrebbe essere. Vi suona famigliare? E’ una metafora e non è mia. E’ , con qualche piccola-grande variazione formale, la metafora che Pirandello usava per spiegare la differenza fra comico e umoristico. Se avverto sono nel comico, se sento (opzione 2), sono nell'umoristico. Nello sfogliare le prime pagine dei giornali di questi giorni mi è ritornata in mente . Lasciamo perdere la drammaticità e gli aspetti legali. C’è qualcosa di profondamente umoristico in queste cronache da basso impero, che non può affiorare.

Pensare che l’ultima sparata di Berlusclown sia frutto di demenza senile, impotenza sessuale o abbagli da mix coca-viagra e via dicendo è puro ottimismo. Io credo semplicemente che riflettano il modello di comunicazione che usa da quindici anni (ma anche oltre a questa parte). Non lo deduco dalle affermazioni. Lo deduco dalle risposte. Apro Facebook e leggo su molti profili la frase “Meglio gay, che Berlusconi”. Che implica questa forma?
Implica innanzitutto il termine Berlusconi come metro di paragone , pietra miliare dal quale tracciare vizi, inclinazioni e virtù. In secondo ordine la formula “meglio” implica un peggio, quindi relativizza una condizione che di per sé non dovrebbe comportare ne positività, né negatività. Innesca una forma di linguaggio di per sé inquinata quindi. E questa non è un’eccezione. E’ un paradigma lungo almeno quindici anni.



Allora penso che la più grande vittoria di Berlusclown è stata quella di dettare quello che nelle comunicazioni di massa si chiama agenda setting, l’agenda degli eventi (gli sfigati comunicatori come me capiranno, per tutto il resto c'è wikipedia). La dialettica che sottintende molti dei nostri discorsi. La sua abilità è stata quella di minare la superficie stessa del nostro linguaggio.
Ci ha inglobato dentro il suo cinepanettone semantico. Qui non possiamo più vederlo. Non possiamo vedere un vecchio settantenne liftato all’inverosimile, con ricrescite miracolose di capelli, che fa finta di essere un aitante ventenne. Non possiamo sentire il contrario. Come non potevano sentirlo le folle radunate sotto Palazzo Venezia, mentre un uomo dalle buffe movenze gesticolanti additava la rinascita di un impero. Chi gli si contrappone sembra semplicemente un vecchio trombone. Moralista, pedante, palloso. Quasi democristiano nel richiamo alla sobrietà e ai “valori istituzionali”.

Tocca un punto sensibile il Berlusclown. Chi si occupa di comunicazione (ma semplicemente ogni persona dotata di buon senso) sa benissimo cosa tira di più fra un pelo e un carro di buoi. Non sono un moralista. Ho le mie opinioni, ma il fenomeno lo trovo scontato, arrivato a questa veneranda età. Non me la sento di appellarmi al decoro (E' ragionevole piuttosto appellarsi alla legalità o a quello che ne rimane, nel caso di minorenni o abusi di potere, per quello che vale). E chi lo fa ha già perso.

Il problema vero è che qui tra il pelo e i buoi, ci sono tante, troppe cose. C'è chi a 30, 40 o 50 anni non ha un lavoro e si sente da buttare. Chi ce l'ha e non sa cosa farà domani. C'è chi muore in carcere. C'è il taglio del 90% delle borse di studio universitarie. C'è chi è discriminato ogni giorno. Magari perchè è albanese. Magari perchè viene pestato in una ridente periferia italiana per orientamenti politici, sessuali o esistenziali. Magari perchè abita al sud e si è messo in testa l'insana idea di pretendere legalità, nonostante nessuno sappia più cosa significhi questa magica parolina. Magari perchè non può studiare o perchè non ha gli "agganci giusti" per avviare una carriera o trovarsi un lavoro. O semplicemente perchè ha un figlio e sa che non potrà mai garantirgli un futuro. E allora? E allora raccontateci (e raccontiamoci) un'altra storia. La storia di quel gran pezzo d'Italia dimenticato tra il pelo presidenziale e i buoi del così non si fa (che "così non si fa" lo sappiamo tutti da quasi venti anni). Toccherebbe provare riappropriarsi del linguaggio. Stare attenti, molto attenti ai significati.



Ma basterebbe forse ricominciare a farci domande. Nel blog di un amico, ne ho trovate alcune. Ognuno ha le sue. Inespresse. Inascoltate da quasi ogni media di massa. Da pressochè ogni partito di questo magico arco costituzionale. Ogni risposta che si riesce a fornire è l'incipit di una storia nuova. Un passo verso la magica trasformazione di un puttaniere supereroe in un vecchio col cerone, con la pelle così tirata da serrare, ma non sconfiggere il tempo che passa. Che passa per tutti. Anche per i totalitarismi basati sulle barzellette e le operette di appendice.

Ogni risposta a una domanda reale per la nostra vita e per quella di chi ci sta intorno è un passo in avanti verso un il fermo-immagine di un vecchio che non può accettare gli ovvi problemi relativi alla virilità persa. Verso la descrizione della signora citata da Pirandello, in un bel saggio che ho quasi scordato. Una ruga in più nel volto di quel Dorian Gray padrone della nostra paralisi.

lunedì 1 novembre 2010

Pioggia di Novembre

Primo novembre. Piove. Non ricordo un giorno dei santi diverso, da anni. Scarpe sporche di fango, pioggia che picchietta sugli ombrelli, odore di lumini spenti e di acqua santa: penso al suono della sveglia,a mia madre che alza la serranda, a mio padre che maledice il cielo. Penso a una città di provincia. Tutte le mie origini sono condensate in un sottile lembo di terra a ridosso di due montagne. Una di queste si chiama “Montagna dei fiori”. Me ne stavo lì a guardarla tingersi e spogliarsi di nebbia e nuvole, mentre mia madre cambiava l’acqua ai vasi e le pioggia spegneva le candele. Cimiteri. C’è qualcosa che mi è sempre sfuggito di fronte a una tomba. Non sono credente, ma non credo dipenda da questo. Stargli di fronte è come stare di fronte a un mistero che ti stanca fino a farti sbadigliare. Non riesco ad andare oltre all’orrendo colore del marmo, al riflesso sbiadito del mio volto sulla sua superficie. Quando da bambino arrivavo a scorgerlo, buttavo istintivamente gli occhi lontano, verso le due montagne. Le stesse che avevano fissato i miei antenati probabilmente. Mia nonna sistemava i fiori. Cambiava l’acqua i vasi, accendeva candele, si dava da fare. Tutta una serie di rituali a cui io non attribuivo alcun senso. Quelle azioni erano il suo “contatto”, il suo modo personale di sconfiggere la morte. Assomigliavano ai gesti di ogni giorno, compiuti quando i defunti erano in vita. Una sorta di prosecuzione ideale dello stirare i fazzoletti o del ripiegare le lenzuola. Guardo i rivoli di pioggia che scivolano obliqui sul vetro della mia stanza e capisco forse ora la lezione di quei gesti semplici e apparentemente insensati: non c’è amore senza gesto, religiosità senza ritualità, come non può esistere forma senza sostanza.



Primo novembre. Piove. Non sono tornato a casa. C’è qualcosa di ineluttabile nella pioggia che cade lì fuori. Non puoi fare nulla per fermarla e allora ti arrendi. Mi avvicino al vetro e ripenso alle finestre dalle quali mi sono affacciato e ho fissato per davvero.
Un cortile di Varsavia, panni stesi ad asciugare sopra muri screpolati, calcinacci che cadono sui piedi dei bambini, mentre una palla rotola via nel freddo.
Un sottoscala di Dublino e una stanza troppo umida: la finestra minuscola si affaccia su un piccolo cortile colmo di cianfrusaglie buttate da altri.
Una casa sull’Adriatico, le ragazze con i vestiti a fiori e le gonne corte, l’odore del mare e dell’estate, il casino dei ragazzi che escono da scuola e i soffioni che volano per la via.
Un albero e un piccolo giardino a Firenze,le piccole strisce d’erba che si arrampicano sul cemento e un gatto che guarda ipnotizzato il prato.
La notte che stinge, le antenne che si riprendono il cielo, un letto disfatto e un appartamento al terzo piano; i campanelli delle prime biciclette che si affacciano per la via.

Ogni fotogramma ha una sua narrativa, un suo destino. Non so qual è quello che sottintende queste due piccole curve vicino alla Tuscolana, la casa a mattoncini di fianco,l’insegna del Bar-Latteria qui sotto. Sfioro il vetro con le dita, sento la forza e l’ostinazione di essere vivo e presente a me stesso, al di là di tutti i fotogrammi che mi hanno preceduto. Qui. Ora.

Guardo ancora un po’ la strada, gli alberi che si spogliano piano, la gente con gli ombrelli per la via’. Poi è ora di spingermi dove non mi sono mai spinto. Dove solo io posso andare. La prossima riga.