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domenica 14 novembre 2010

Il nastro d'Irlanda

Parlavo qualche giorno fa delle tante storie che scorrono collaterali a questa sarabanda di impasti di governo, riti tribali e gossip. Mi è balzata distrattamente all'occhio l'altro giorno, la notizia della protesta degli immigrati di Brescia . Premetto che per capire cosa rivendicano questi uomini ho impiegato parecchio . Non c’è spazio per l’analisi nell’era delle breaking news globali. Capisci presto che questi quindici lavoratori stanno reclamando il permesso di soggiorno. Nessuno si concentra però sulle loro storie e sui vincoli legislativi che negano il raggiungimento di questo status. Sono 15 termini di un’equazione già nota. Sono su una gru. Giù volano bottigliate. Fino a quando sono lì sopra le telecamere saranno accese. Poi passeranno ad altro. Chissà se qualcuno ricorderà mai che la legge che nega il loro ingresso porta il nome “Bossi- Fini”. Il secondo termine del tandem ora si erge a paladino della patria multietnica e dei diritti delle minoranze. Ieri si vantava di aver varato una legge all’avanguardia in termini di immigrazione. Una legge vecchia quanto il cucco.

Sono nipote di immigrati, cerco di non dimenticarmelo mai. Non era un’altra nazione quella dove i miei nonni si sono recati. Era la Milano degli anni ’50, la città simbolo del boom economico. Per loro era quasi lo stesso. Le dinamiche applicate nei confronti dei lavoratori provenienti dal sud (e i conseguenti ricatti) erano più o meno le stesse a cui oggi sono sottoposti gli extracomunitari. Anche le discriminazioni non differivano poi tanto da quelle a cui sono soggetti molti lavoratori del sud o dell’est del mondo. Eppure i miei nonni quella città l’hanno amata. Poi, da perfetti abruzzesi sono tornati. Mio nonno si è messo addirittura a coltivare un piccolo lembo di terra sabbioso vicino al mare. Mia nonna diceva che mio nonno per l’agricoltura non era proprio tagliato. Penso avesse ragione. Nei pomeriggi d’inverno mi parlava dei vecchi Navigli. Di una città fredda e nebbiosa che entrambi avevano conquistato piano. Nelle sveglie all’alba, nelle fiere, nella fatica quotidiana. Nel disperato orgoglio di chi la sopravvivenza e il suo piccolo scantinato nel mondo deve sudarselo ogni giorno.




La seconda notizia che mi ha colpito è relativa ad un paese a cui mi sento, per varie vicende personali, legato. Il primo crack è stato quello greco. Ora c’è paura per le finanze irlandesi. La tigre celtica non ruggisce più. Anzi. Ho passato un anno della mia vita in Irlanda. Ho fatto ogni tipo di mestiere, dal lavapiatti al commesso. La Dublino che ricordo era un crogiuolo di ottimismi convergenti da tutti i continenti. Era facile, molto facile trovare lavoro 5- 6 anni fa. Ottime le paghe. Molte le aziende multinazionali straniere che investivano lì. Ne derivava una sensazione da perenne città dei balocchi, un’ondata di prosperità e di benessere che il piccolo paese, un tempo terra di emigranti, non aveva mai conosciuto nella sua storia. A tratti rimpiango ancora quel clima. Mi mancano molte cose di quell’Irlanda, ma a parte alcuni incontri e alcune sensazioni che non dimenticherò, non ho mai amato a fondo Dublino. Eravamo immersi in un perenne dì di festa. Ho avuto sempre un inconscio senso di insofferenza per tutto questo. Credo che a tratti riuscissi a percepirne la precarietà e la superficialità. Qualche irlandese mi diceva che non riconosceva più la città dove era cresciuto.

Un sera passeggiavo con la mia ragazza di allora per O’ Connell Street, la via principale della città. Si avvicina una donna irlandese e attacca bottone. Ci domanda da dove proveniamo. “Siamo italiani” rispondo io. Lei mi risponde “E che siete venuti a fare? Tutti vengono qui e rubano il lavoro ai nostri ragazzi”. Ai tempi lavoravo come lavapiatti. Le ho risposto semplicemente che se suo figlio voleva lavorare come "Kitchen porter” poteva accomodarsi. Il prezzo erano mani perennemente screpolate, mal di schiena e bestemmie quotidiane (tante). Lei è andata avanti (ubriaca) a inveire contro i “fucking foreigners” che rubavano il lavoro ai loro ragazzi. Di storie del genere ne ho collezionate diverse. Come in un albergo, quando un cuoco mi guarda e fa “Si vede che sei Italiano. E se lavori come cameriere qui vieni certamente dal sud.”



Sono frasi idiote, ma che fanno cadere le braccia. E di braccia ne avevo bisogno. Ci sono stati dei periodi in cui mi sono trovato anche a svolgere due lavori. Dodici, tredici ore al giorno e poi si ripartiva. Sempre a correre, a strappare disperatamente qualche minuto di sonno al cielo piovoso di Dublino. Uno di questi era in un ristorante, tavola calda della National Gallery of Ireland (si mangia bene, ora posso dirlo). Io e un gruppo di cinesi, per quasi un mese. Per la prima volta sperimentavo il razzismo al contrario. Il fastidio di sentire gli altri attorno comunicare in una lingua che non puoi capire. Il fastidio di mangiare una scodellina di riso freddo, mentre gli altri si abbuffano degli scarti più prelibati della cucina. Non è stato facile non cedere al risentimento. E infatti non l'ho fatto. Poi hanno cominciato a prevalere i gesti. La solidarietà o la coscienza di essere incatenati lì a sparecchiare tavoli, mentre la vita se ne andava via tra le colazioni e le gambe della turista francese seduta in terza fila. Ho provato ad ascoltarle le storie di questi ragazzi. Alcuni avevano appena venti anni. Due lavori, più l'università. Molti studiavano informatica. Molti erano a Dublino perchè semplicemente non avevano scelta. Abitavano nelle campagne e, per legge, non potevano spostarsi nelle città del loro paese, e conseguentemente nemmeno studiare. Li guardavo e pensavo che non avrebbero mai goduto del frutto dei loro sforzi. Sarebbero state le future generazioni a farlo probabilmente. Mi chiedevo se quel loro stare lì a rincorrere strenuamente il modello occidentale fosse la fine di un mondo o forse l'inizio di un altro. Ci siamo salutati tutti in un ristorante cinese nei pressi del mio quartiere, a detta loro, uno dei migliori della città. Lunedì, cinque del pomeriggio. L'unico momento della giornata in cui nessuno lavorava. Uno dei pranzi più divertenti della mia vita.

La lezione più grande l’ho imparata forse da un mio datore di lavoro. Lui era polacco. Gestiva una videoteca e mi aveva preso in simpatia. Una brava persona. Colto, laureato in storia, scherzavamo spesso e parlavamo dell’Italia, della Polonia e di come la storia del dopoguerra avesse complicato il tutto, per loro, ma anche per noi. Entravano tanti ubriachi nella nostra videoteca. Alla gente di Dublino nord piace bere fuori dai pasti. Era facile che qualcuno si lasciasse andare a leggerezze contro gli addetti al noleggio. Su una cosa sola il mio amico era intransigente. “Lasciali parlare. Sorridi sempre. Anche se sono ubriachi sono simpatici, ci si può scherzare. Ma se qualcuno ha qualcosa da ridire sul fatto che tu sei italiano o lei è polacca, sbattili semplicemente fuori. Guadagnerò meno, ma dei coglioni posso anche fare a meno”. Nessuno mi ha mai detto nulla. Al massimo si scherzava un po’ sul calcio o sulle donne. Ma mi è sempre piaciuto il suo atteggiamento. La sua dignità.

Non ho amato quella Dublino, ma ho sempre amato gli irlandesi. Una popolazione schietta, calda, composta di ottimi bevitori e (malgrado i due sciagurati esempi che ho citato sopra) molto accogliente. Mi domandavo semplicemente come una terra di emigranti potesse avere a tratti la memoria così corta. Quanto siano semplici e banali i procedimenti che portano implicitamente al razzismo. A Dublino come a Brescia, a Roma come a Milano. In quella città ora vorrei tornare. Un amico che c’è stato recentemente dice che l’ha trovata assai cambiata. Meno gente, forse anche più sobrietà, chissà.
Credo che ci sia un nastro sottile che unisce unisce una campagna cinese, una periferia dublinese e uno dei tanti hinterland delle nostre città e molti altri luoghi ancora. Un nastro che deve rimanere invisibile ai più. E' più comodo gridare all'invasione aliena. Senza pensare che la repulsione di ciò che viene considerato come"alieno", nasconde sempre la paura di diventare "alieni".

Ho ancora il conto delle bestemmie, degli insulti, delle volte che ho detto "Basta ora torno a casa". Ma non ringrazierò mai abbastanza per averlo vissuto quell'anno. E' stata una sorta di educazione sentimentale che mi ha portato a percepire differentemente tante cose.

Vorrei tornare Dublino e lo farò un giorno. Vorrei parlare con la sua gente, parlarci ora. Sono convinto che nei suoi vicoli deserti è nascosta una lezione ancora valida. Valida dappertutto. Anche qui.

lunedì 1 novembre 2010

Pioggia di Novembre

Primo novembre. Piove. Non ricordo un giorno dei santi diverso, da anni. Scarpe sporche di fango, pioggia che picchietta sugli ombrelli, odore di lumini spenti e di acqua santa: penso al suono della sveglia,a mia madre che alza la serranda, a mio padre che maledice il cielo. Penso a una città di provincia. Tutte le mie origini sono condensate in un sottile lembo di terra a ridosso di due montagne. Una di queste si chiama “Montagna dei fiori”. Me ne stavo lì a guardarla tingersi e spogliarsi di nebbia e nuvole, mentre mia madre cambiava l’acqua ai vasi e le pioggia spegneva le candele. Cimiteri. C’è qualcosa che mi è sempre sfuggito di fronte a una tomba. Non sono credente, ma non credo dipenda da questo. Stargli di fronte è come stare di fronte a un mistero che ti stanca fino a farti sbadigliare. Non riesco ad andare oltre all’orrendo colore del marmo, al riflesso sbiadito del mio volto sulla sua superficie. Quando da bambino arrivavo a scorgerlo, buttavo istintivamente gli occhi lontano, verso le due montagne. Le stesse che avevano fissato i miei antenati probabilmente. Mia nonna sistemava i fiori. Cambiava l’acqua i vasi, accendeva candele, si dava da fare. Tutta una serie di rituali a cui io non attribuivo alcun senso. Quelle azioni erano il suo “contatto”, il suo modo personale di sconfiggere la morte. Assomigliavano ai gesti di ogni giorno, compiuti quando i defunti erano in vita. Una sorta di prosecuzione ideale dello stirare i fazzoletti o del ripiegare le lenzuola. Guardo i rivoli di pioggia che scivolano obliqui sul vetro della mia stanza e capisco forse ora la lezione di quei gesti semplici e apparentemente insensati: non c’è amore senza gesto, religiosità senza ritualità, come non può esistere forma senza sostanza.



Primo novembre. Piove. Non sono tornato a casa. C’è qualcosa di ineluttabile nella pioggia che cade lì fuori. Non puoi fare nulla per fermarla e allora ti arrendi. Mi avvicino al vetro e ripenso alle finestre dalle quali mi sono affacciato e ho fissato per davvero.
Un cortile di Varsavia, panni stesi ad asciugare sopra muri screpolati, calcinacci che cadono sui piedi dei bambini, mentre una palla rotola via nel freddo.
Un sottoscala di Dublino e una stanza troppo umida: la finestra minuscola si affaccia su un piccolo cortile colmo di cianfrusaglie buttate da altri.
Una casa sull’Adriatico, le ragazze con i vestiti a fiori e le gonne corte, l’odore del mare e dell’estate, il casino dei ragazzi che escono da scuola e i soffioni che volano per la via.
Un albero e un piccolo giardino a Firenze,le piccole strisce d’erba che si arrampicano sul cemento e un gatto che guarda ipnotizzato il prato.
La notte che stinge, le antenne che si riprendono il cielo, un letto disfatto e un appartamento al terzo piano; i campanelli delle prime biciclette che si affacciano per la via.

Ogni fotogramma ha una sua narrativa, un suo destino. Non so qual è quello che sottintende queste due piccole curve vicino alla Tuscolana, la casa a mattoncini di fianco,l’insegna del Bar-Latteria qui sotto. Sfioro il vetro con le dita, sento la forza e l’ostinazione di essere vivo e presente a me stesso, al di là di tutti i fotogrammi che mi hanno preceduto. Qui. Ora.

Guardo ancora un po’ la strada, gli alberi che si spogliano piano, la gente con gli ombrelli per la via’. Poi è ora di spingermi dove non mi sono mai spinto. Dove solo io posso andare. La prossima riga.