Un’Italia fatta di stracci e nebbie, di dita sporca e sante processioni, un Paese di mura diroccate e bambini che guardano altrove. Qui un mio articolo sulla (bella) mostra dove potete ancora avvistarla. Sotto, la colonna sonora.
"Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso della navicella dell'ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci"
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giovedì 14 aprile 2011
sabato 9 aprile 2011
Due o tre segnalazioni
Poco tempo per scrivere. Sono giornate intense fra lavoro e impegni. Roma si sveste e oltre al traffico e ai soliti, estenuanti ritardi dei mezzi, si rivede il cielo. Non è una città facile Roma. Specialmente se non sei nato qui. Tutto si arrampica verso l'alto, dalle case alle chiese, ai resti di un passato che continua a sovrapporsi al presente. Ma questo cielo io l'ho visto solo qui. Un largo corridoio che sa proiettarti in un istante lontano. Una ferita che sa di "altrove". Cammino per il "Quadraro", il mio quartiere. Alberi fioriti, il macellaio con su Bob Marley, italianissime nonne mano nella mano con bei bambini dai tratti orientali o africani, acquedotti romani e colline in lontananza. A breve lo abbandonerò e penso che (inaspettatamente) mi mancherà molto.
Tornerò con più convinzione su queste pagine. Qui intanto trovate un mio raccontino e un'iniziativa interessante del Ponticello, che tra una birra e un campari, spero torneremo a distribuire presto.
Qui la bella iniziativa di un'amica. E' una sorta di "diario dal mondo", un quaderno di appunti multimediale per condividere pensieri e sensazioni, ovunque vi troviate. Una bella idea, specie per chi ha molti amici sparsi. Potete partecipare tutti, sia alla prima che alla seconda.
Sotto infine trovate una bella canzone. Primo perchè poche cose sono più sensuali della voce di Nada. Secondo perchè la chitarra di Zamboni ha accompagnato la mia adolescenza. Terzo perchè oggi mi ispira un senso di serenità, tra le luci che si accendono pian piano lì fuori. A presto.
Tornerò con più convinzione su queste pagine. Qui intanto trovate un mio raccontino e un'iniziativa interessante del Ponticello, che tra una birra e un campari, spero torneremo a distribuire presto.
Qui la bella iniziativa di un'amica. E' una sorta di "diario dal mondo", un quaderno di appunti multimediale per condividere pensieri e sensazioni, ovunque vi troviate. Una bella idea, specie per chi ha molti amici sparsi. Potete partecipare tutti, sia alla prima che alla seconda.
Sotto infine trovate una bella canzone. Primo perchè poche cose sono più sensuali della voce di Nada. Secondo perchè la chitarra di Zamboni ha accompagnato la mia adolescenza. Terzo perchè oggi mi ispira un senso di serenità, tra le luci che si accendono pian piano lì fuori. A presto.
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lunedì 1 novembre 2010
Pioggia di Novembre
Primo novembre. Piove. Non ricordo un giorno dei santi diverso, da anni. Scarpe sporche di fango, pioggia che picchietta sugli ombrelli, odore di lumini spenti e di acqua santa: penso al suono della sveglia,a mia madre che alza la serranda, a mio padre che maledice il cielo. Penso a una città di provincia. Tutte le mie origini sono condensate in un sottile lembo di terra a ridosso di due montagne. Una di queste si chiama “Montagna dei fiori”. Me ne stavo lì a guardarla tingersi e spogliarsi di nebbia e nuvole, mentre mia madre cambiava l’acqua ai vasi e le pioggia spegneva le candele. Cimiteri. C’è qualcosa che mi è sempre sfuggito di fronte a una tomba. Non sono credente, ma non credo dipenda da questo. Stargli di fronte è come stare di fronte a un mistero che ti stanca fino a farti sbadigliare. Non riesco ad andare oltre all’orrendo colore del marmo, al riflesso sbiadito del mio volto sulla sua superficie. Quando da bambino arrivavo a scorgerlo, buttavo istintivamente gli occhi lontano, verso le due montagne. Le stesse che avevano fissato i miei antenati probabilmente. Mia nonna sistemava i fiori. Cambiava l’acqua i vasi, accendeva candele, si dava da fare. Tutta una serie di rituali a cui io non attribuivo alcun senso. Quelle azioni erano il suo “contatto”, il suo modo personale di sconfiggere la morte. Assomigliavano ai gesti di ogni giorno, compiuti quando i defunti erano in vita. Una sorta di prosecuzione ideale dello stirare i fazzoletti o del ripiegare le lenzuola. Guardo i rivoli di pioggia che scivolano obliqui sul vetro della mia stanza e capisco forse ora la lezione di quei gesti semplici e apparentemente insensati: non c’è amore senza gesto, religiosità senza ritualità, come non può esistere forma senza sostanza.
Primo novembre. Piove. Non sono tornato a casa. C’è qualcosa di ineluttabile nella pioggia che cade lì fuori. Non puoi fare nulla per fermarla e allora ti arrendi. Mi avvicino al vetro e ripenso alle finestre dalle quali mi sono affacciato e ho fissato per davvero.
Un cortile di Varsavia, panni stesi ad asciugare sopra muri screpolati, calcinacci che cadono sui piedi dei bambini, mentre una palla rotola via nel freddo.
Un sottoscala di Dublino e una stanza troppo umida: la finestra minuscola si affaccia su un piccolo cortile colmo di cianfrusaglie buttate da altri.
Una casa sull’Adriatico, le ragazze con i vestiti a fiori e le gonne corte, l’odore del mare e dell’estate, il casino dei ragazzi che escono da scuola e i soffioni che volano per la via.
Un albero e un piccolo giardino a Firenze,le piccole strisce d’erba che si arrampicano sul cemento e un gatto che guarda ipnotizzato il prato.
La notte che stinge, le antenne che si riprendono il cielo, un letto disfatto e un appartamento al terzo piano; i campanelli delle prime biciclette che si affacciano per la via.
Ogni fotogramma ha una sua narrativa, un suo destino. Non so qual è quello che sottintende queste due piccole curve vicino alla Tuscolana, la casa a mattoncini di fianco,l’insegna del Bar-Latteria qui sotto. Sfioro il vetro con le dita, sento la forza e l’ostinazione di essere vivo e presente a me stesso, al di là di tutti i fotogrammi che mi hanno preceduto. Qui. Ora.
Guardo ancora un po’ la strada, gli alberi che si spogliano piano, la gente con gli ombrelli per la via’. Poi è ora di spingermi dove non mi sono mai spinto. Dove solo io posso andare. La prossima riga.
Primo novembre. Piove. Non sono tornato a casa. C’è qualcosa di ineluttabile nella pioggia che cade lì fuori. Non puoi fare nulla per fermarla e allora ti arrendi. Mi avvicino al vetro e ripenso alle finestre dalle quali mi sono affacciato e ho fissato per davvero.
Un cortile di Varsavia, panni stesi ad asciugare sopra muri screpolati, calcinacci che cadono sui piedi dei bambini, mentre una palla rotola via nel freddo.
Un sottoscala di Dublino e una stanza troppo umida: la finestra minuscola si affaccia su un piccolo cortile colmo di cianfrusaglie buttate da altri.
Una casa sull’Adriatico, le ragazze con i vestiti a fiori e le gonne corte, l’odore del mare e dell’estate, il casino dei ragazzi che escono da scuola e i soffioni che volano per la via.
Un albero e un piccolo giardino a Firenze,le piccole strisce d’erba che si arrampicano sul cemento e un gatto che guarda ipnotizzato il prato.
La notte che stinge, le antenne che si riprendono il cielo, un letto disfatto e un appartamento al terzo piano; i campanelli delle prime biciclette che si affacciano per la via.
Ogni fotogramma ha una sua narrativa, un suo destino. Non so qual è quello che sottintende queste due piccole curve vicino alla Tuscolana, la casa a mattoncini di fianco,l’insegna del Bar-Latteria qui sotto. Sfioro il vetro con le dita, sento la forza e l’ostinazione di essere vivo e presente a me stesso, al di là di tutti i fotogrammi che mi hanno preceduto. Qui. Ora.
Guardo ancora un po’ la strada, gli alberi che si spogliano piano, la gente con gli ombrelli per la via’. Poi è ora di spingermi dove non mi sono mai spinto. Dove solo io posso andare. La prossima riga.
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