"Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso della navicella dell'ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci"
giovedì 27 ottobre 2011
Cronaca dell'alluvione #2
La fascinazione della fine, era questo il secondo segno tangibile dell’alluvione. L’inganno che rimbalzava di schermo in schermo, di link in link, di sguardo in sguardo, fino a tradursi in bellezza, catarsi, verità. Fiorirono apocalissi, proliferarono palingenesi che scordavamo il giorno dopo. Ricordavamo invece di una porta socchiusa. Un piccolo spiraglio da dove filtrava quel mattino perfetto che ci chiamava a sé. Il sole che sbiadiva la fine della via, la canzone dell’estate che ci raccontava di domani : il mattino che non avremmo mai afferrato.
La chiamavamo “fine” è forse era solo un regno infranto. L’accecante abbaglio di sentirsi dispersi. Di camminare su specchi in frantumi sui quali indovinare i nostri lineamenti. La necessità di mostrarsi ad un miliardo di occhi e sentirsi soli. La possibilità di smarrirsi in miliardi di voci fino a dimenticare la nostra. Protendersi verso uno spiraglio e trovare solo buio. Avere tutto così chiaro da pregare e credere solo ad immagini. La chiamavamo “Fine”, ma forse era solo l’allergia sottile che ci esiliava dall’ombra delle cose. Da quell’ombra, qualcuno, da qualche parte, si sforzava di tracciare un nuovo inizio.
domenica 25 settembre 2011
Riportando tutto a casa
Il tempo di capire che la complessità è sia difficoltà che ricchezza, che ogni tentativo di generalizzazione o semplificazione può comportare implicitamente violenza. Il tempo di fare indigestione di burek, cevapčići, birre e treni scalcinati e meravigliosi. Il tempo di un incontro che non scorderò. Il tempo di apprendere bugie e mistificazioni raccontate su una guerra tanto vicina, quanto dimenticata. Il tempo di capire che ironia e umorismo possono essere doni preziosi che gli dei concedono di tanto in tanto all'agonia degli uomini. Il tempo di innamorarsi di una mattina di Sarajevo. Il tempo di fotografare un libro dimenticato in fondo alla Miljacka. Il tempo di seguirne il corso al termine della notte e capire che la comprensione è un presentimento e un piccolo miracolo. Un ponte raro, fragile, steso tra solitudini. L'unico spazio, dove parole, sguardi, gesti e silenzi hanno realmente un senso. Poi eccoti ancora. Poi sei di nuovo qui.
lunedì 5 settembre 2011
Alla velocità del buio
Anche Giorgio credo di averlo conosciuto meglio poi, tramite il suo blog, che seguo e che vi invito a leggere. Mi sono deciso a prendere il libro in mano solo dopo un pò. Mano e mano che scorrevo le pagine mi sono accorto che la lettura non mi pesava, anzi. Il saggio non mi parlava solo di Berlusconi, ma anche del mio vissuto. Un tentativo di risposta ai numerosi interrogativi e ai tanti alibi che sottostannno all'anomalia di questi anni. Ai tanti "E' l'Italia", ai troppi "Fa tutto schifo" che mi è capitato di pronunciare. Ma non solo. Il libro tendeva a riportare il berlusconismo nel solco della mia quotidianità. Una quotidianità troppo spesso permeata da egoismo, superficialità e irresponsabilità diffusa. Inquadrava il berlusconismo non tanto (o meglio non solo) come un'assurdità politica e legale, ma come una sorta di pozzo avvelenato capace di inquinare i miei rapporti sociali e affettivi, la mia realtà, le mie prospettive, e ne combatteva nello stesso tempo la dimensione di tragedia e ineluttabilità. La recensione che trovate sotto doveva essere pubblicata su un magazine on-line. Per varie ragioni, che sottostanno alle (spesso) impercrustabili logiche editoriali , non è andata su. La ripropongo qui sotto (anche se un pò lunga per un blog).
Sono passati quasi venti anni dalla trasformazione de ”L’Italia è il paese che amo” (1994) a “L’Italia paese di merda” (2011). A pronunciare la frase, nel corso di una conversazione telefonica (intercettata), il premier Silvio Berlusconi. Di non abitare nel migliore dei mondi possibili credo ce ne fossimo accorti in molti. Ma sono convinto che in Francia, Germania o negli Stati Uniti lo stesso sarebbe probabilmente bastato a scatenare una crisi di governo. Non credo sia l’apice raggiunto dal nostro primo ministro. Ha detto cose ben peggiori nei confronti dei magistrati, delle donne, degli omosessuali, del popolo di sinistra, degli immigrati e via dicendo. Ancora una volta invece si è assistito a poche reazioni indignate, come se si trattasse di una freddura pronunciata dall’ultimo avventore del bar sport sotto casa o da un vecchio zio ormai in là con gli anni afflitto da arteriosclerosi. Ingenuamente, per un istante, mi è venuto da chiedermi “come si arrivati a questa situazione?”.
Una premessa. Di Berlusconi ho la nausea. Su di lui conosco sicuramente non tutto, ma molte cose. Ho assistito ad anni di saggi, inchieste, libri e invettive. Berlusconi è ancora lì, malgrado i segni di cedimento di questi ultimi mesi. E’ davvero necessario scrivere qualcos’altro sul personaggio? Credo di sì. A patto che si tratti di una storia diversa.
La lettura de “La velocità del buio” (Zona Editore) rappresenta per molti aspetti "una storia diversa". Scritto dal trentenne Giorgio Fontana il saggio si propone di tracciare una rotta nei binari disegnati dal berlusconismo in questi ultimi venti anni.
Cosa rappresenta l’anomalia berlusconiana per chi ha trent’anni e non può permettersi “il lusso della nostalgia”? Innanzitutto il simbolo di un edonismo irresponsabile diventato l’unico modello sociale plausibile, un paradigma che eleva l’egoismo personale a unico metro di giudizio, suggerisce l’autore. Una forma di pensiero, prima che di governo, che esclude ogni forma di progettualità e slancio capace di travalicare la mia individualità e il mio presente; la tirannia del “Qui e Ora” che non contempla il rispetto di norme condivise, né l’esistenza di pulsioni sganciate dal profitto immediato. Un regno dove nulla rappresenta un fine in sé stesso (e nulla ha quindi un valore insostituibile), ma tutto si trasforma un mezzo per accrescere il mio personale godimento.
L’obiettivo del saggio è considerare Berlusconi non solo (o non tanto) un enorme cortocircuito politico e legale, ma un problema cognitivo. Tre i capisaldi che reggono l’anomalia: crisi di una dimensione etica condivisa, crisi dell’argomentazione razionale, crisi della verità. Sono queste tre realtà che caratterizzano il ventennio berlusconiano più forse di ogni altro aspetto. La verità in questo universo non conta più nulla, suggerisce Fontana. L’argomentazione razionale è “pericolosa” perché mi obbliga a offrire giustificazioni possibilmente condivise per le mie azioni o le mie parole e come tale va abbattuta. Chi argomenta, chi si limita a verificare i fatti e fornire delle spiegazioni, viene visto come “un fesso” nella maggior parte dei casi. Al dialogo si è sostituito progressivamente il litigio e la delegittimazione del referente. Eccoci allora arrivati al cuore del problema. Ben al di là di essere unicamente un disegno politico quantomeno discutibile, che si alimenta di illegalità diffusa, il berlusconismo si pone come “Un attacco costante a verità, razionalità, etica o, più precisamente come il tentativo di legittimare che verità, razionalità ed etica siano cose insignificanti di fronte al proprio tornaconto”. Un progetto che si è staccato presto dal proprio creatore per diffondersi trasversalmente nella nostra quotidianità e persino in noi stessi. Cos’è allora Berlusconi, l’ennesima autobiografia della nazione o l’artefice dello “stato delle cose” in cui siamo immersi? Forse né l’uno, né l’altro, suggerisce il saggio. In quanto Berlusconi è sia l’incarnazione di mali e vizi di lunga data, sia la decisa accelerazione di una deriva .
“La velocità del buio” si apre con una domanda, che nasconde una premessa: “Come siamo arrivati a questo punto?”. Esiste un DNA immutabile rilevabile nella popolazione italiana, che possa giustificare questo stato di cose?. La risposta di Fontana è no. Esistono problemi atavici e ricorrenti nella storia del Paese. Un’unità debole ed etero- diretta, l’incapacità di riconoscersi nelle norme e nella collettività, un enorme differenza economica tra Nord e Sud, il culto diffuso del “particolare”, un “familismo amorale” trasformatosi da espediente di necessità a mezzo per giustificare cinismo ed egoismo, una serie di occasioni mancate specialmente negli anni del boom economico e quelli successivi della contestazione delineati da Guido Crainz nel saggio “Il Paese mancato”, ad esempio. In sintesi, quello che è forse sempre mancato al paese è stata una mancata educazione alla modernità, intesa come estensione dei diritti e dei doveri pubblici, senso civico concreto, fiducia anche minima nelle istituzioni. Ma non esistono “età dell’oro” e neppure affascinanti “mutazioni antropologiche” di pasoliniana memoria, per il semplice fatto che non esistono codici genetici dell’italianità. Esistono fenomeni storici e sociali determinati, sui quali si può e si deve influire.
Per capire l’Italia attuale, è allora meglio perdere di vista ogni nostalgia, perché l’Italia di un secolo, ma anche di trenta o quarant’anni fa, non è lontanamente paragonabile a quella che stiamo vivendo. La realtà odierna è quella di un paese dove appena il 20,2 % dei cittadini ha le competenze minime di lettura, scrittura e calcolo indispensabili per muoversi in una società complessa (I dati sono tratti da “La cultura degli Italiani” di Tullio De Mauro), problema rispetto al quale anche quello del “digital divide” perde spessore, perché la ricchezza delle rete e dei new media è basata su una complessità che va gestita con adeguati strumenti cognitivi e culturali. L’Italia contemporanea è il paese abitato da un ceto medio accomunato “da uno stile esistenziale volgare, rancoroso, consumistico – dove tutto può e deve essere consumato, tutto si riduce alla fruizione violenta e immediata”, una paese fondato su una videocrazia in cui le immagini hanno perso spesso ogni significazione, dove la lingua viene svuotata semanticamente ogni giorno (si pensi alle mille declinazioni del termine “comunisti” o alla magistratura definita “metastasi della democrazia”). Il tutto con un aggiunta importante: l’incapacità della sinistra di essere realmente “pop”, di creare una cultura non èlitaria non necessariamente speculare a quella berlusconiana, una tendenza già intuita in tempi non sospetti da Edmondo Berselli.
Date le premesse, sarebbe semplice arrendersi al “Non serve a niente”, titolo di un piccolo capitolo del saggio e mantra ascoltato e ripetuto infinite volte in questi ultimi anni. La via di uscita dalla “sensazione destinale” del berlusconismo, si chiama invece per Fontana recupero dell’“Illuminismo”, inteso come ideale senza tempo e ancora in itinere, basato su un corretto esercizio della ragione. Citando Kant l’autore invita a “Offrire dei buoni motivi per le nostre azioni. Motivi più o meno validi, ma comunque fedeli a una prassi di argomentazione: e cioè valutabili tendenzialmente da chiunque” . Ciò coincide con la ripresa di una dimensione in cui diritti e doveri sono le due facce di una stessa medaglia: quella della cittadinanza attiva. Una dimensione che si basa sul recupero dell’indignazione e della vergogna, sull’eliminazione diretta del “Tiranno che è in noi”. Sulla costruzione di un’identità nuova, in cui possa riconoscersi sia il figlio di un immigrato di Messina, che la casalinga di Trieste. Un appello esteso anche agli intellettuali e agli operatori culturali: quello di allontanarsi dal chiacchiericcio e dall’autoreferenzialità e dedicarsi alla creazione di buoni contenuti. Tornare al lavoro di argomentazione, di verifica e di diffusione orizzontale della conoscenza.
In sintesi, la “storia diversa” capace di combattere il belusconismo, passa nell’allargamento della dimensione del presente, nella capacità di proiettarsi e di progettare, nel recupero di un “Noi” a vantaggio di un “Io” ipertrofico e insolvente che ci hanno cucito addosso. E’ una strada percorribile? Sinceramente non lo so. So che il libro su di me ha avuto essenzialmente un effetto: quello di riscattarmi dal torpore in cui mi sento periodicamente immerso. Il pregio del saggio a mio avviso non è tanto quello di offrire soluzioni, ma strumenti per orientarsi nel disordine e nell’impotenza di questi tempi. Il riportare il berlusconismo nel solco di una quotidianità spesso composta da superficialità e irresponsabilità, veri e propri frutti avvelenati di una stagione lunga più di venti anni.
sabato 20 agosto 2011
Pavlov e la notte
Ho ripensato in questi giorni al cane di Pavlov, leggendo “La notte” di Elie Weisel. Il romanzo, la storia della deportazione del giovane protagonista che coincide con l’olocausto di un popolo (il popolo ebraico), è soprattutto il racconto di una perdita. La perdita di tutti i filtri cognitivi posti tra il processo di stimolo e quello di reazione. “La notte era completamente passata. La stella del mattino brillava in cielo. Anche io ero divenuto del tutto un altro uomo. Lo studente del Talmùd, il ragazzo che ero si erano consumati nelle fiamme. Restava solo una sembianza. Una fiamma nera si era introdotta nella mia anima e l’aveva divorata”. In un crescendo di orrori costanti, il protagonista scopre di essere nient’altro che un corpo freddoloso e sanguinante, una pancia vuota. Dopo ogni esecuzione descrive meccanicamente il pasto consumato, come se nulla significasse più qualcosa. Lo scenario è quello di figli contro padri, Kapò (ebrei) contro ebrei, forti contro deboli. L’unico motore dell’azione umana e la necessità, la risposta (sempre) condizionata a stimoli esterni ed interni”. “I lager sono i laboratori dove si sperimenta la trasformazione della natura umana” affermava Annah Arendt. Un esperimento destinato a espandersi su scala globale. Gli uomini dei campi di concentramento nazisti sono i sudditi ideali dei regimi totalitari perché del tutto isolati e privi di volontà. Come il cane di Pavlov al campanello segue la salivazione, così come a una serie di calci seguirebbe un’altra reazione condizionata, nessuno spazio per agire diversamente. Eppure. Eppure, anche nel romanzo avvengono piccoli miracoli. Come quando un’operaia francese rischia la sua incolumità per aiutare il piccolo protagonista. O come quando il violinista polacco, schiacciato dalla calca, non rinuncia a suonare e muore a fianco al suo violino: “Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio. […] Suonava la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato”. Sono piccoli lampi, preceduti da oscurità assoluta. Proprio per questo hanno la capacità di abbagliarti. I pezzi mancanti di un’equazione, la promessa di una strada diversa.
Quant’è difficile mantenere vivi i pezzi mancanti di questa equazione? Me lo chiedevo nei giorni scorsi osservando le notizie che provenivano riots inglesi. Viviamo tempi difficili, fatti di rabbia e frustrazioni. Tempi in cui i meccanismi della rappresentatività democratica sono quantomeno offuscati su scala globale. Eppure quello a cui si è assistito, è un sintomo di qualcosa che può largamente diffondersi, che non riesco a giustificare. Mi hanno in particolare colpito i negozi assaltati con il semplice scopo di rubare laptop, I phone, magliette di squadre di calcio e via dicendo. Amici residenti a Londra, mi raccontavano di intere aree in mano ad adolescenti e ventenni ubriachi, che si aggiravano con l'unico scopo di razziare e predare il più possibile. Tra le tante analisi, ho condiviso in particolare questa di Bauman che definisce i riots come rivolte di consumatori deprivati ed esclusi dal mercato, o questa di Adriano Sofri, che accosta il Lumpenproletariat di marxiana memoria agli insorti.
Non sono buonista, credo che ci siano circostanze in cui porgere l’altra guancia è semplicemente idiota. Ma il punto è che ho letto questi avvenimenti come il proseguimento di un modello di pensiero diffuso e dominante: il consumo come liturgia identitaria, l’irresponsabilità diffusa, l’ideologia “dell’arraffa quanto più puoi, prima che non sia più possibile”. In linea di principio, sono gli stessi meccanismi che possono spingere a girare con un SUV sfrecciando in pieno centro storico o a sfruttare lavoratori nelle aree del terzo mondo. Nessun equazione da smentire, solo l’ennesimo tornaconto del meccanismo stimolo – reazione (consumo). La salivazione come unico modello di pensiero ed azione. L’erosione di certezze, ricchezza e benessere diffuso, può sviluppare diffusamente risposte di questo tipo. Quante persone sono prigioniere di questa equazione? Quante confondono il trillo di Pavlov con il canto delle sirene? In quanti hanno sviluppato in questi anni modelli cognitivi per opporsi ai condizionamenti dell'industria culturale?
Ho l’immagine del piccolo violinista di Varsavia che suona Beethoven, pur nella calca che lo uccide. E’ il suo modo di sfuggire alla tirannia di un meccanismo condizionato. E oggi?. Oggi la fiaba che ci hanno cucito addosso, tarda giungere al lieto fine. Le molliche di pane sono terminate, Pollicino non torna più a casa. E’ fin troppo facile smarrirsi nella notte. A noi, solamente a noi, il compito (e la difficoltà) di cercare un altro sentiero. Uscire dall’indifferenziato e riattribuire cause, effetti e responsabilità. Ricreare gerarchie di priorità. Tornare a "suonare il nostro violino". Non è facile, soprattutto quando si prova rabbia. Ma è forse l’unico modo per opporsi al trillo di un campanello, all’ostinata tirannia delle nostre ghiandole salivari
lunedì 1 agosto 2011
A largo
Non sei più lì, ma in un quartiere romano deserto. Anche se lo fossi non proveresti le stesse cose. Ti affacci e c'è solo una radio che va. I quattro accordi di Karma Police. Le macchine che sfumano via lontano. Quando cessano, ti accorgi di aver perso parecchie cose per vedere ancora quelle sere d'estate con gli stessi occhi. Ti racconti che è un processo di sottrazione necessario per arrivare a te. O forse anche questa è l'ennesima giustificazione per dormire meglio. Allora pensi che se fossi lì a largo percepiresti che lo starsene lì a galla probabilmente non ha senso. Ma che forse il tuo essere uomo consiste solo in questo: non arrenderti all'ineluttabile. Altre mani, altre braccia hanno fatto sì che stessi lì ad aspettare quella sera. Conta questo, qualsiasi sia la fatica, qualsiasi sia il prezzo. Semplicemente perchè "Così vanno le cose, così devono andare" come diceva una vecchia canzone. Esci fuori e la notte d'estate è quella che è sempre stata, un tappeto sporco su cui camminare a piedi scalzi, un mare calmo infestato di sirene. Alzi gli occhi in alto, poi si spegne anche la radio e ti accorgi di essere solo. Non ti dispiace esserlo. Come se la riva fosse lì in fondo, ma non ci fosse nessuna fretta. Ogni bracciata nella sera una ferita che il mare ricuce istantaneamente. Non hai tempo di voltarti a osservarne la scia. Si vive sempre in una terra che non ci appartiene. Si vive "estirpando la gioia ai giorni futuri". Ma c'è qualcosa di vivo anche nel tuo respiro. Qualcosa che vuoi afferrare. Qualcosa che forse afferrerai, un giorno.
lunedì 25 luglio 2011
Le vesti di Orfeo
ORFEO: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L'Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L'ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrgidirisi e guardar vuoto, i lamenti cessare. Persèfone nascondersi il volto, lo stesso tenebroso impassibile, Ade, protendersi come un mortale ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla.
BACCA: Il dolore ti ha stravolto Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata.
ORFEO: Per poi morire un'altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l'orrore dell'Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos'è il nulla. [...]
BACCA: Non sai che farti della morte, Orfeo, e il tuo pensiero è solo la morte. Ci fu un tempo che la festa ci rendeva immortali.
ORFEO: E voi godetevela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. E' necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L'orgia del mio destino è finita nell'Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.
BACCA: E che vuol dire che un destino non tradisce?
ORFEO : Vuol dire che è dentro di te, cosa tua: più profondo del sangue, di là di ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.
BACCA: Può darsi Orfeo. Ma noi non cerchiamo nessuna Euridice. Com'è dunque che scendiamo all'Inferno anche noi?
ORFEO: Tutte le volte che si invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell'Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi.
BACCA: Dici cose cattive...Dunque hai perso la luce anche tu?
ORFEO: Ero quasi perduto e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso. [...]
(Cesare Pavese "Dialoghi con Leucò")
giovedì 21 luglio 2011
Il web ricorda Genova 2001
Parlavo qualche giorno fa, di come il web abbia talvolta la capacità di rinnescare processi di memoria collettiva. Navigando in rete mi è capitato di vedere qualcosa del genere riguardo al G8 di Genova del 2001. Io ricordo Genova è un blog collettivo ideato da due ragazzi e aperto a tutti. Collegandosi è possibile consultare e inserire testi e immagini per raccontare quelle giornate di luglio di 10 anni fa.
Io nel Luglio del 2001 avevo 21 anni. Non ero lì, bensì a studiare per gli ultimi esami universitari. Ricordo la mia incredulità alle prime immagini diffuse e alle prime frammentate notizie che pervenivano: mi sembrava semplicemente un brutto sogno. Avevo sempre considerato l’Italia come un paese più incline al grottesco che alla tragedia. O forse venivo semplicemente da una generazione (per fortuna) non avvezza agli scontri di piazza, alle stragi di stato o alla repressione del dissenso. Quei giorni credo che abbiano segnato un confine per molti di noi. Per la prima si sperimentava, dopo tanto, quanto potesse essere brutale il potere con la P maiuscola, per la prima volta ci si è rendeva conto che la parola “responsabilità” non era uno scherzo, da entrambe le parti.
“Ho visto la polizia ferma come un blocco di pietra aspettare che si scaricasse l’onda aggressiva per poi sfogare le proprie frustrazioni sugli inermi. Ho visto Vittorio Agnoletto nascondersi dietro ad una foglia di fico, mentre il sangue che scorreva per le strade era anche responsabilità sua. Non organizzi una manifestazione così senza servizio d’ordine. E men che meno dopo il venerdì di morte. Se lo fai sei connivente. Se lo fai sei il novello Pietro l’eremita, pronto a portare al massacro le sue schiere. Ho sentito gridare slogan che tutto erano fuorché slogan. Erano invece parole di ragione e di saggezza, che il tempo ha dimostrato vere. Si gridava contro una globalizzazione che affama le moltitudini e arricchisce le caste. E si sentivano in risposta echi di voci, anche vicine, che ti trattavano come fossi un idealista superficiale. Eri invece l’esatto contrario. Un disilluso che riusciva a vedere questa globalizzazione per quella che è. Un mostro che divora la terra su cui poggia. Genova è una frattura insanabile. Una frattura tra chi crede che un diverso modello di sviluppo sia possibile, e chi crede che questo modello sia l’unico e l’eterno. Ora come allora.” Ricorda un utente del sito.
Genova 2001 è forse la prima volta in cui si è capito che anche se non è detto “che un altro mondo è possibile” lo è un altro modello di fare informazione. Uno dei primi episodi in cui la cronaca degli eventi è stata fatta anche dalla gente nelle strade con l’uso di fotocamere, telecamere e connessioni internet, e l’utilizzo di portali transnazionali di controinformazione (ormai quasi dimenticati) come indymedia. Uno dei primi episodi in cui l'informazione “ufficiale” si è dovuta confrontare con quella dal basso generata dagli utenti. Molte bugie sono entrate nel mainstream informativo nazionale comunque e molte permangono ancora, ma da queste esperienza nasce una nuova concezione e un’utopia di trasparenza che condurrà, quasi 10 anni dopo, nel tempo dei social network, alla realizzazione di sistemi come Wikileaks.
Genova 2001 è l’ultima volta in cui l’opinione pubblica mondiale si è dovuta confrontare con istanze come: iniqua distribuzione del reddito mondiale, economia non sostenibile, decrescita, istituzioni sovranazionali e legittimazione democratica, multinazionali e diritti globali dei lavoratori e così via. Una lezione forse ancor valida ancor oggi come ricorda qualcuno in questi giorni. Due mesi dopo, con il crollo delle Twin Towers e "il serrate le fila" nella lotta al terrorismo, queste istanze sarebbero uscite pian piano dall’agenda del dibattito globale.
Genova 2001 è infine, forse la pagina più nera per la vita democratica di questo paese da 10 anni a questa parte. Perché sprovvedutezze a parte, in nessuno stato che si definisce “di diritto” possono essere tollerati episodi come quello dell’assalto alla scuola Diaz e le sevizie nella caserma di Bolzaneto, così come gli assalti indifferenziati sui cortei e una gestione a dir poco pessima dell’ordine pubblico.
“Dieci da quando scappi e per la prima volta nella tua vita hai paura di morire. Dieci anni da quando torni a casa e scopri che il resto del mondo non sa la verità, da quando vedi una ragazza che hai conosciuto il giorno prima portato via in barella con la testa insanguinata, da quando non parli più per due giorni e scopri che non sarai più lo stesso. Poi passano dieci anni e tutto torna e non cambia niente e ti viene solo da vomitare.”
Possiamo parlare di incompetenza. O essere più maliziosi (o semplicemente più realisti) e pensare a dei mandanti politici e a una “lezione esemplare”. In entrambi i casi, come potete leggere qui , a pagare sono stati in pochi. Abbiamo avuto dieci anni per scordare i nomi dei protagonisti. Cerchiamo di non scordare cosa hanno significato.
